Un blog per condividere esperienze, idee, progetti, in un'ottica nonviolenta ed eco-sociale.

Eccomi

Utente: Ermes02
Nome: Ermete Ferraro
Napoletano, classe '52, sono sposato e ho tre figlie. Di formazione cattolica e nonviolenta,dopo la laurea in lettere mi sono diplomato in servizio sociale e sono stato impegnato per 10 anni come animatore socio-educativo ed assistente sociale. Da molti anni insegno lettere nella scuola media, dove mi occupo anche di problemi di disagio cognitivo e comportamentale. Tra i primi obiettori di coscienza, attivista nonviolento ed eco-pacifista, sono stato uno dei fondatori dei Verdi a Napoli, dove ho ricoperto (1987-97)il ruolo di consigliere/capogruppo circoscrizionale al Vomero - quartiere di cui sono stato anche il primo presidente 'verde'- e di consigliere e capogruppo nel Consiglio Provinciale (dal 1990 al '95). Sono stato coordinatore del circolo di Napoli e membro del coordinamento regionale della Campania dell'associazione Verdi Ambiente e Società ONLUS. Di VAS sono attualmente Consigliere Nazionale e referente nazionale per l'ecopacifismo. A livello regionale,poi,sono componente dell'Esecutivo di VAS-Campania, come responsabile per la cultura. Ho svolto per 8 anni la funzione di Presidente e Coordinatore Sociale della FOCS (Fondazione Casa dello Scugnizzo ONLUS) di Napoli, di cui resto consigliere generale. Sono autore di svariati articoli e pubblicazioni. Visita: www.ermeteferraro.it

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venerdì, 03 luglio 2009
CLAN-DESTINATI A GRANDI COSE...

pacchetto-sicurezzaSmFinalmente! Il “paccotto sicurezza” è stato approvato, con le sue indispensabili restrizioni verso immigrati, dissidenti, accattoni e chiunque minacci la nostra tranquillità di persone perbene, che vogliono restare “sicure” (da lat. Se + cura, cioè “senza preoccupazioni”).

Eggià, perché quale preoccupazione potrà più turbarci, ora che sarà fatta piazza pulita degli immigrati clandestini, dei “writers” e di altri sediziosi del genere?  Di cosa dovremo più darci pensiero ora che le nostre strade saranno presidiate – oltre che da polizia, carabinieri, guardie di finanza, agenti della municipale, vigilantes e militari in assetto di combattimento – anche dalle nuove “ronde” civiche e da agguerrite signore armate di spray al peperoncino?
Si sa, una “ronda non fa primavera”, però è innegabile che la qualità della nostra vita quotidiana subirà un netto miglioramento, senza tante fastidiose presenze tra i piedi, tra cui gli immancabili zingari che, oltre a mendicare ed a suonare strazianti melodie con la fisarmonica, vanno perfino a ficcarsi nel bel mezzo delle ordinarie sparatorie fra camorristi nostrani…
Oddìo, basta girare per il centro antico di Napoli per rendersi conto che ad ogni “puntone di vico” c’era già una regolare “ronda” autogestita delle “famiglie” dominanti su quel territorio, senz’altro più attiva ed efficiente di dozzine di postazioni di telecamere per la “videosorveglianza”, sorte come funghi nelle strade ma sulla cui funzionalità nessuno metterebbe la mano sul fuoco…
Però adesso che è stato approvato il “paccotto sicurezza” possiamo stare davvero tranquilli. Qualcuno ha mormorato che il governo Berlusconi l’ha dovuto fare perché aveva le mani “Legate”, ma sono solo stupide provocazioni di chi si ostina a proteggere clandestini e sediziosi, pur sapendo che questo minaccia la “homeland security”.  Pensate: c’è gente che addirittura vorrebbe liberamente manifestare contro centrali nucleari e discariche di rifiuti, contro basi militari ed inceneritori, come se esprimere il dissenso e fare resistenza civile fossero diritti!
Tié! Beccatevi questa manganellata o, a scelta, una spruzzata di peperoncino o un candelotto lacrimogeno… Basta col buonismo catto-comunista! Ci voleva un po’ di sano cattivismo “celodurista” contro tutti quelli che tramano di nascosto (lat. “clam”, da cui “clan-destinus”) contro chi pensa solo alla libertà del popolo e soprattutto al “popolo della libertà”.
E poi, che figura vorrebbero farci fare con i “Grandi della Terra” che si riuniranno proprio qui da noi, sotto l’egida del nostro Primo Premier? Figurarsi se, anche in questo caso, i soliti disfattisti catto-comunisti si sono lasciati sfuggire l’occasione per gridare allo scandalo, solo perché il governo ha stanziato 400 milioni di euro per lo svolgimento del G8, mentre per la lotta contro la fame e la miseria nel mondo ha sganciato soltanto 321,8 milioni…
Ma che razza di ragionamenti sono questi? Volete mettere un evento storico come il G8 all’Aquila (ex La Maddalena…) con la malnutrizione infantile o le condizioni di vita sub-umane di alcune regioni della Terra?   I “clan” degli otto leaders mondiali, coloro da cui dipendono i “destini” di tutti noi, mica potevamo ospitarli in un motel e sfamarli in un autogrill !  
E poi, che cosa c’entrano i 321 milioni di euro destinati alla lotta alla fame nel mondo con questi discorsi di ben altro livello? Dice: però per le spese militari l’Italia ha speso nel 2008 ben 40,6 miliardi di dollari, piazzandosi all’ottavo posto in classifica… Ebbé, non siamo forse nel G8 ? E allora non possiamo mica fare i pidocchiosi proprio con le spese per la “difesa”; anzi, siamo orgogliosi che la Finmeccanica si sia piazzata al 9° posto a livello mondiale per le vendite di armi, con transazioni commerciali per 9.850 milioni di dollari ed un profitto di 713 milioni di dollari!
La verità è che il disfattismo dei catto-comunisti vuole soltanto gettare fango sul governo e sostiene per questo chi mina alle basi la democrazia e la sicurezza nazionale: lavavetri rumeni, venditori senegalesi di CD, zingari suonatori ambulanti e graffitari impenitenti!
Ma noi, i veri Italiani, ce ne freghiamo di queste provocazioni e andiamo avanti senza esitazioni, perché, lo sappiamo bene, siamo clan-destinati a Grandi Cose !

Postato da: Ermes02 a 13:01 | link | commenti (1)
politica, commenti, sicurezza, immigrati, g8

venerdì, 19 giugno 2009
Valsi o Invalsi? Questo è il problema…

“Signore oltremodo corpulento”; “emerito magistrato”; “ricorrere al massimo luminare, al vecchio clinico…”; “Come il sommo entrò nella camera, il letargo del Fossadoro pareva essersi fatto ancora più greve; e l’ansimare più stentato”; “con le dovute cautele, comunicò il perentorio responso…: embolo cerebrale, prognosi infausta…”, “Quale non fu la stupefazione dell’Albrizzi….”; “Il Marasca, intrepido arrampicatore universitario…”; “Domeneddìo, che disastro. Il prestigio di un clinico sommo…messo a repentaglio così!”; “…se l’integerrimo magistrato, d’illustra famiglia patrizia, diventasse lo zimbello della piazza…”; “Tiriamogli pure il collo alla sua diagnosi…”;  “A palazzo Fossadoro…urgevano le telefonate di circostanza…”
E’ con questo linguaggio forbito e desueto che hanno dovuto fare i conti i quattordicenni di Napoli e di Rho, di Rimini e di Canicattì, chiamati ieri a svolgere la “prova nazionale” di Italiano per gli alunni di terza media, elaborata dall’Invalsi e programmata – insieme con quella di matematica -  come quarta prova dell’ “esame di stato conclusivo del primo ciclo dell’istruzione secondaria”.
Sì, una volta si chiamava “licenza media”, ma forse non rendeva in modo abbastanza solenne e togato quella che, dopo l’abolizione dell’esame di quinta elementare, deve apparire una tappa basilare del curricolo della nuova scuola gelminiana.
Chiusi per un’ora nelle loro aule e rigidamente monitorati, ragazzi e ragazze abbronzati e accaldati si sono trovati di fronte due pagine di prosa del genere, un testo “tratto e adattato” da Le notti difficili di Dino Buzzati. Quel che è certo è che “difficile” per loro è stata questa giornata di prova nazionale d’Italiano, che partiva dal gustoso ma non certo orecchiabile racconto buzzatiano per verificarne la comprensione a vari livelli, chiedendo di rispondere ai 17 quesiti previsti.
Devo ammettere che io e gli altri docenti d’Italiano della mia scuola - segregati nella sala dei professori durante questa pretenziosa “National examination”, in attesa di prestare invece assistenza alla successiva prova di matematica – siamo stati colti da profonda “stupefazione” nel leggere il testo proposto ai nostri sventurati alunni/e.
Pur riconoscendo umilmente che non toccava certo a noi discutere quanto deciso dai “massimi luminari” del Ministero della (pubblica) Istruzione, devo riconoscere che non siamo riusciti a trattenere la sgradevole sensazione che, probabilmente, stavolta i “sommi” avessero esagerato…
Non ho potuto verificare di persona – dato il veto opposto alla nostra presenza in aula durante la somministrazione della prova d’Italiano – ma mi è stato riferito che l’occhio degli alunni appariva vitreo ed inespressivo di fronte a queste 75 righe di testo. Sospetto che ci sia qualche esagerazione, ma qualcuno mi ha raccontato che “come entrò nell’aula, il letargo di alcuni ragazzi pareva essersi fatto ancora più greve e l’ansimare più stentato…”.
D’altra parte, leggendo gli items relativi al racconto anche noi docenti non abbiamo potuto evitare d’esclamare all’unisono: “Domeneddìo, che disastro!”, convinti come eravamo che questo benedetto test dell’Invalsi stesse seriamente “mettendo a repentaglio” la licenza media di un bel po’ dei nostri sprovveduti e poco acculturati ragazzi.
Domande come l’A3 (“Con quale espressione sostituiresti ‘di riflesso’? A. Nonostante ciò, B. Di conseguenza; C. Notoriamente, D. In teoria “) hanno, infatti, lasciato anche noi piuttosto perplessi, ma non avevamo ancora letto la domanda A10 (“Che cosa indicano i puntini di sospensione all’interno del discorso del professor Marasca? A. Il pensiero sottinteso, non detto dal prof. Marasca; B. La rabbia trattenuta del prof. Marasca; C. Le parole del prof. Marasca che la contessa non riesce a sentire; D. Il rispetto del prof. Marasca verso la contessa”)…..
Ma non finisce qui! La prova continuava con un altro testo di una cinquantina di righe in cui, con un linguaggio meno ricercato, si offrivano “Consigli per il domani ai giovani (e ai genitori)”, tra cui la  seguente, acuta, osservazione: Nella società globale del 2000 dobbiamo perdere l’ossessione del posto fisso ad ogni costo ed acquisire il ‘virus’ dell’internazionalità ed il gusto della mobilità professionale”.
Dopo aver amabilmente ricordato ai ragazzi che il primo elemento di successo nella società in rapida trasformazione” è “la capacità di esprimersi con un ricco ed articolato vocabolario”poiché “la maggiore difficoltà che si incontra nel ‘riciclare’ lavoratori anziani o nel formare lavoratori giovani è il loro ‘povero’ italiano”,l’autore dello scritto sancisce, con grande originalità, che: Subito dopo una buona conoscenza della lingua madre, l’inglese è oggi lo strumento determinante per comunicare con il resto del mondo”, senza trascurare peraltro di consigliare lo studio di altre lingue – come il russo, il cinese e l’arabo – motivando tale originale proposta col fatto che sono “molto utili per i nuovi mercati dell’Est e del Sud”.
Ma che belle parole…La Gelmini e lo stesso Berlusconi non avrebbero potuto esprimere meglio questo alato concetto dello studio delle lingue come risorsa per l’impiego. Scusate, volevo dire “per la mobilità professionale”, indicata giustamente come un imprescindibile valore cui fare sempre riferimento in una società “globale” e “in rapida trasformazione”.
Ma sì: basta con questa stupida “ossessione del posto fisso ad ogni costo” ! Oggi occorre “riciclare” lavoratori anziani (proprio come il vetro rotto e la carta straccia…) e formare giovani lavoratori che però, ahimé!, esibiscono spesso un italiano troppo “povero”, visto che leggono molto poco e poiché tra le loro letture difficilmente troviamo Buzzati…
I nostri ragazzi – suggerisce allora il secondo testo proposto – devono assolutamente lasciarsi contagiare dal “virus dell’internazionalità” e la scuola dovrebbe sollecitare in loro  il “gusto della mobilità professionale”. Solo così, grazie al loro “ricco e articolato vocabolario” italiano ed alla conoscenza di un paio di lingue (l’inglese ed il cinese, ad esempio) essi potranno realizzare il loro radioso futuro di lavoratori emigranti…
Alcuni malevoli hanno raccontato che, subito dopo questa prova nazionale d’Italiano, alla sede del Ministero e dell’Invalsi “urgevano molte telefonate di circostanza”, ma si tratta solo delle solite esagerazioni di chi pretenderebbe di far diventare l’integerrima  ministra Gelmini “lo zimbello della piazza”

Postato da: Ermes02 a 20:08 | link | commenti
scuola, prove invalsi

sabato, 13 giugno 2009
LA CASA DELLA SOLIDARIETA’

 
Conosco e stimo il prof. Amato Lamberti, docente a Sociologia della Federico II ed ex-presidente della Provincia di Napoli. Le nostre strade si sono più volte incrociate in questi ultimi vent’anni. Oltre a condividerne l’interesse ad approfondire il tessuto sociale che sta dietro i fenomeni criminali che caratterizzano la Campania, ho sempre apprezzato la sua capacità di coniugare l’impegno di docente e di ricercatore con la volontà d’incidere in prima persona sul terreno amministrativo e politico, in un movimento alternativo e propositivo come quello dei Verdi degli anni ’80.
Su Facebook – dove ci siamo incontrati di nuovo in tempi recenti – Lamberti ha lanciato ora un’iniziativa, utilizzando una delle pagine tematiche di quest’affollata community, per proporre una sorta di cantiere in cui provare a costruire insieme una “casa della solidarietà”.
L’intento è raccogliere intorno a questo denominatore comune (già nei termini contraltare alla berlusconiana “casa della libertà”) tutti coloro che “…ancora credono che ‘un altro mondo è possibile’ e che […] vorrebbero con le loro idee, le loro proposte, le loro iniziative, rendere migliore e più giusta la società, realizzando se stessi e i loro sogni, in tutti i campi. Coloro che si battono per l'energia pulita, per l'aria pulita, per l'acqua sana e nelle mani della gente, per fermare il consumo dissennato del territorio,per una industria responsabile, per uno sviluppo sostenibile.”
Ovviamente ho subito aderito a questo nuovo gruppo di discussione su FB, sia perché ne condivido largamente le finalità, sia perché mi sembra che questo momento particolare della storia politica italiana – che vede ulteriormente messo a rischio il pluralismo e quasi azzerata la capacità propulsiva dei movimenti antagonisti a questo sistema economico e di potere – richieda iniziative coraggiose anziché inutili lamentazioni, imprecazioni o recriminazioni.
E’ pur vero, d’altra parte, che questo penoso capitolo non può essere sbrigativamente liquidato, senza tentare un’analisi dei fattori che hanno determinato tale sconfortante risultato, esaltando sempre più l’individualismo cinico e baro dei ‘valori’ finanziari e condannando alla semi-estinzione ogni tentativo di porre al centro ben altri “Valori”, per dimostrare che“un altro mondo è possibile”.
I soggetti cui Lamberti lancia questo appello sono: “…non solo i delusi del mondo della sinistra e dell'ambientalismo, ma tutto il mondo dell'associazionismo laico e cattolico che tutti i giorni combattono per vedere riconosciuti i pieni diritti di cittadinanza ai soggetti più deboli ed emarginati…”.
Come potrebbe non sottoscrivere queste parole uno come me, che da trent’anni si è dato da fare per testimoniare in prima persona un’alternativa nonviolenta, ambientalista, eco-sociale e di sviluppo comunitario dal basso? Mi sento perfettamente inquadrato nel target ideale della sua proposta, sia come educatore ed operatore sociale di base, sia come attivista eco-pacifista che ha speso dieci anni per affermare non solo una politica ecologica, ma anche un’ecologia della politica.
Eppure c’è qualcosa che non mi convince del tutto. Non è certo la denominazione scelta per questa proposta, che stranamente riprende proprio il titolo che io stesso diedi, parecchi anni fa, al progetto che sintetizzava l’azione sociale della storica “Casa dello Scugnizzo” di Napoli, dove ho a lungo operato e di cui ho avuto l’onore e l’onere di essere presidente per otto anni.
E’ piuttosto il termine “cantiere” che mi lascia un po’ freddo, forse perché mi ricorda esperienze simili, quasi sempre deludenti e spesso strumentali, di convergenza di aree politiche diverse in un soggetto elettorale, per far fronte all’ennesima “batosta” e/o diaspora.
Mi lascia perplesso anche l’appello al mondo di un generico “associazionismo”, che in questi ultimi vent’anni – come Lamberti sa bene – si è geneticamente modificato, diventando un contenitore indifferenziato dove trovano posto volontariato e impresa sociale, aziendalismo cooperativista e opportunismo da furbetti del quartierino.
Mi sbaglierò, ma anche l’appello a chi cerca di “rendere migliore e più giusta la società” e a chi persegue “uno sviluppo sostenibile” mi suona un tantino generico e “politically correct”, forse per abbracciare il maggior numero di soggetti, a scapito però di un’indispensabile chiarezza.
La prospettiva d’una società solo un po’ più giusta e sostenibile – mi permetto di osservare a chi, come Amato, sa bene che non sono un estremista – rischia di avallare l’idea che, tutto sommato, non sono affatto necessarie svolte significative e scelte nette. Lo stesso concetto di “sviluppo economico sostenibile” è una specie di ossimoro, perché senza una vera “decrescita” e senza un modello profondamente alternativo di sviluppo umano e comunitario non cambia nulla.
L’altro mondo possibile – di cui parla Lamberti – non può essere che un mondo “altro”, fondato su valori e priorità del tutto opposte a quelle correnti. La stessa “solidarietà” – mi consenta l’amico Lamberti – non è una merce acquisibile come le altre, ma nasce da una logica alternativa a quella del mercato e dell’interesse individualistico che il liberismo ci ha abituati a considerare normale.
Sappiamo bene, infatti, che i soggetti non nascono “deboli ed emarginati”, ma sono resi tali da una società che esalta fanaticamente l’affermazione dei “vincenti” e che scarta impietosamente i “perdenti”, come se fossero le inevitabili “scorie” di un irrefrenabile processo evolutivo.
Un’altra piccola nota vorrei farla sull’uso un po’ convenzionale dei termini “laico e cattolico”, a proposito dell’universo dell’associazionismo cui il gruppo fa appello. Da cristiano-cattolico devo dissentire da questa banale e stantia contrapposizione, che non tiene conto né del fatto che i vari soggetti politici provenienti dal cattolicesimo hanno scelto da decenni la laicità come valore e che, in ogni caso, essere “laici” non significa smarrire le proprie radici ed i propri valori fondamentali, bensì affermarli nel rispetto del pluralismo di una società democratica e multiculturale.
Ciò premesso, ribadisco il mio sincero interesse per un confronto che non si fermi alla virtualità di una comunità della Rete, ma cominci a far dialogare persone in carne ed ossa e, perché no, gruppi che vogliano aderire a questo positivo richiamo a “fare rete” sul territorio, prima che nei cartelli elettorali.

Postato da: Ermes02 a 18:45 | link | commenti
politica, solidarietà sociale, alternativa politica

sabato, 06 giugno 2009
IL POLIPO DELLA LIBERTA’

 polipo della libertà
Rieccoci alle elezioni. Le più fiacche, banali e sconclusionate degli ultimi decenni. Orfane d’idee, di un dibattito degno di questo nome e di ogni mordente che possa davvero motivare gli italiani. Tra trionfalismi ed autolesionismi, ipercopertura mediatica ed assenza d’informazioni, provincialismi molto provinciali ed europeismi molto poco europei, l’unica cosa che sembra certa è che il carrozzone del centrodestra berlusconiano gode di ottima salute, sondaggiato e omaggiato dai suoi fans e indirettamente favorito dai suoi stessi oppositori e detrattori.
Questi ultimi, infatti, non riescono proprio a parlare di qualcosa che non riguardi Colui che ormai chiama se stesso “il presidente del consiglio” (usando la terza persona come Giulio Cesare…), alimentandone la paranoia ma, al tempo stesso, le manie di grandezza.
Ma occupiamoci piuttosto del maxi-partito cui ha saputo dar vita, azzerando dopo decenni quello che restava della destra tradizionale, ma anche del liberalismo classico e del conservatorismo cattolico. Ecco allora che ciò che una volta era definito un “POLO ”, grazie al banale ma efficace raddoppiamento della prima sillaba, è magicamente diventato il “POPOLO” della Libertà: un efficace Trade Mark, capace di rispondere a due esigenze al tempo stesso.
La prima è quella di evocare negli Italiani il modello di Partito di massa, quasi del Partito nazionale – con una buona dose di populismo vagamente sudamericano – mentre la seconda, ancora più pratica, è quella di candidare il PdL a forza maggioritaria e trainante del “Partito Popolare Europeo”,  per meglio condizionarlo e guidarlo, come Ipse dixit.
La verità è che tale contenitore elettorale sembra meno tranquillo e pacificato di quanto vorrebbe farci credere il suo duce. Sotto l’apparenza unanimistica ed elettoralisticamente omogenea, in effetti, ribollono scontenti e ripicche, mugugni e propositi di rivalsa, opportunismi e consueti doppiogiochismi.
Ciò che conta, d’altra parte, è che alleati vecchi e nuovi sembrano allineati e coperti dietro il loro condottiero, ciascuno con le proprie priorità ed i propri referenti elettorali, ma tutti protesi verso una vittoria che sembrerebbe ampiamente scontata.
Ma la “gioiosa macchina da guerra” del centrodestra, anziché suggerire una partecipazione autenticamente popolare, mi sembra lasci intravedere una sorta di OGM elettorale, una creatura artificiale, frutto d’ingegneria genetica, la cui salute e tenuta nel tempo è tutta da verificare.
Se penso alla grossa “testa” che ne costituisce il vertice decisionale, unita ai molteplici ma poco robusti terminali elettorali che da essa si dipartono, mi verrebbe piuttosto da parlare di POLIPO DELLA LIBERTA’ , una preoccupante creatura che unisce l’inconsistenza ideologica di un mollusco alla tenacia tentacolare di un pericoloso predatore.
Una lunga serie di “ex” (liberali, repubblicani, socialisti e socialdemocratici, destro-nazionalisti e democristiani), uniti a federalisti e forzitalioti della prima ora, rappresentano in effetti gli otto tentacoli di questa strana creatura, il cui referente comune sarebbe la “libertà”.  Ma di quale libertà stiamo parlando? Quella per cui hanno combattuto gli Italiani che hanno “buttato il sangue”, metaforicamente o meno, per costruire le basi della nostra Repubblica, o piuttosto la determinata volontà di avere le mani libere, per continuare a realizzare impunemente e senza troppi fastidi i propri affari, più o meno sporchi…?
L’unica libertà che conta per questo popolo-polipo sembra quella di chi non vede l’ora di sbarazzarsi una buona volta di giornalisti e magistrati; di cassare disinvoltamente leggi e normative che ostacolano la libera imprenditorialità; di imbonire la mente delle persone di luoghi comuni sulla sicurezza, sul rischio-immigrati, sulla necessità di far ripartire la crescita, sull’indispensabilità di grandi opere multimiliardarie e sulla necessità di semplificare la dialettica politica e, quindi, di prefettizzare le istituzioni e di militarizzare il territorio.
Ecco, questo “polipo della libertà” lo vedrei bene “affogato”, come il classico “purpo” della tradizione culinaria partenopea. Mi asterrei, però, dal consumarne l’altrettanto tradizionale “bròro”, sicuro come sono che si rivelerebbe un brodo di coltura concentrato di ciò che, da anni, sta avvelenando la nostra repubblica ed azzerando la vera democrazia.   

Postato da: Ermes02 a 13:23 | link | commenti (1)
politica, alternativa politica

sabato, 30 maggio 2009
PROPOSTE…DISARMANTI

 
Mercoledì scorso ho partecipato all’ incontro caratterizzato da quest’originale titolo, organizzato a Napoli dal “Tavolo Campano per gli Interventi Civili di pace”, in occasione del 29 maggio, in cui si celebra la “Giornata del Peacekeeping”.  Era da un bel po’ che dalla parti nostre non si parlava esplicitamente e qualificatamente di nonviolenza, transarmo, interventi di difesa civile, e non potevo certo mancare a questo appuntamento. E’ stata anche un’occasione per ascoltare interventi molto interessanti (come quello del prof. Pizzigallo della “Federico II” e di Fashid dell’Assopace), per riascoltare la profetica testimonianza di padre Alex Zanotelli, ma anche per incontrare dopo parecchio tempo l’amico e maestro Antonino Drago, che da alcuni anni insegna “Scienze della Pace” all’Università di Pisa e a quella di Firenze.
Le “proposte disarmanti” di cui si è parlato riguardavano in particolare il ruolo dei “Corpi Civili di Pace” (istituiti nel 1991 e confermati nel 2001 dal Parlamento Europeo, ma rimasti lettera morta, fatta eccezione per pochi stati, primo dei quali la Repubblica Federale Tedesca), altre iniziative di formazione alla nonviolenza e la promozione della “Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza” , che partirà fra 127 giorni e cui hanno finora aderito personaggi come Rigoberta Menchù, Evo Morales, Isabel Allende, Josè Saramago, Adolfo Perez Esquivel, Zubin Metha, Arun Gandhi e tanti altri.
Purtroppo non eravamo in molti a quell’incontro e pochi eravamo anche stamane, quando ci siamo visti nella “cappella della pace” di Pax Christi Napoli, per una delle cinque giornate di formazione agli “interventi civili di pace”, finalizzati alla prevenzione e trasformazione dei conflitti. Non è bastato, evidentemente, fare appello alla necessità di approfondire l’addestramento alla soluzione civile e nonviolenta dei conflitti per incuriosire e coinvolgere nuovi soggetti, benché spesso siano già impegnati e attivi in vari campi, dal volontariato alla cooperazione internazionale, dalla educazione alle battaglie per la pace e la salvaguardia dell’ambiente.
La frustrazione che deriva dalle mancate risposte a proposte formative del genere è ovvia, ma – come abbiamo verificato oggi, analizzando modalità e funzioni di uno strumento psico-sociale molto utile per chi si voglia preparare adeguatamente ad un intervento di pace – bisogna superare la naturale delusione e chiedersi quale aspetto del processo abbiamo trascurato o sottovalutato.
Il problema è che c’è troppa gente intorno a noi che ha perso la voglia di formarsi, di confrontarsi e di rivedere le proprie categorie mentali, per cui guarda con diffidenza a questi momenti di analisi e discussione, avvertendoli come una perdita di tempo un po’ accademica, una sovrastruttura teorica inutile o addirittura dannosa, nella misura in cui potrebbe ritardare o condizionare la prassi.
Eppure sappiamo bene, perché ce l’ha insegnato l’esperienza, che l’attivismo spontaneista non porta a risultati efficaci e stabili, se manca un training serio ad interventi alternativi in aree per loro natura conflittuali, che richiedono capacità di ascolto e di analisi della situazioni, ma anche conoscenza di tecniche e strumenti e capacità di gestione delle stesse azioni.
Fare interventi civili di pace, insomma, non può identificarsi con un’operatività volontaristica e velleitaria, ma richiede riflessione, addestramento ed organizzazione. Ovviamente bisogna stare attenti a non cadere nella tentazione opposta: quella, per intenderci, che ha sviluppato a livello internazionale molte esperienze accademiche di peace studies, cristallizzando spesso l’azione per la pace negli stadi della ricerca sulla pace e dell’educazione alla pace e facendola scivolare in una dimensione troppo mentalista e poco funzionale alla pratica.
Da noi in Italia – anche se sono non molti a saperlo – possiamo vantare esperienze coraggiose e qualificate sia di studi sulla pace sia di interventi di pace. Bisogna riprenderle e coordinarle, superando artificiose barriere tra matrici religiose e laiche del pacifismo, tra convinti della nonviolenza e chi non lo è. Bisogna rilanciare un movimento il più possibile unitario, facendo leva su esperienze di azioni civili di mediazione di pace che non rinuncino a diventare qualcosa di meno informale, ma si pongano l’obiettivo di strutturare un’organizzazione realmente alternativa alla difesa armata ed al peacekeeping militarizzato. “Ci sono alternative”, ripetiamo testardamente con Galtung, anche se la pseudo-informazione ed il pensiero unico vorrebbero convincerci del contrario...

Postato da: Ermes02 a 18:27 | link | commenti
nonviolenza, educazione alla pace, peacekeeping, ecopacifismo, alternativa politica