Questa storia dell’influenza A/H1N1 è diventata una vera ossessione. Più che una pandemia – che i numeri dei casi registrati non confermerebbero affatto - si sta scatenando in Italia un autentico pandemonio, alimentando assurdi allarmismi tra la popolazione e preparando subdolamente il terreno per una campagna di vaccinazione di massa.
Questa influenza è stata definita inizialmente “suina” per la sua origine animale di cui, però, nessuno è riuscito a dare convincenti spiegazioni, mentre invece restano intatti i sospetti – avallati peraltro da alcune autorevoli dichiarazioni – che si tratti di un virus “coltivato in laboratorio”.
In tal caso di “suino” ci sarebbe la vera e propria “porcata” di aver provocato ad arte la diffusione di una infezione virale per provvedere subito dopo a sconfiggerla con alcuni milioni di dosi di vaccino. Né più né meno di come accadeva quando, in un noto film, il vetraio Charly Chaplin era sempre pronto ad intervenire con una rapida e provvidenziale riparazione, subito dopo che il suo piccolo complice aveva spaccato le lastre di una vetrina…
Secondo i dati riportati da una nota odierna (15.9.09) dell’Agenzia giornalistica ASCA, in Europa il maggior numero di casi si registra sempre in Germania (18.326) e nel Regno Unito (13.322), seguito dal Portogallo (2.825), Italia (2.186), Grecia (1.996) e Spagna (1.538). Ebbene, è evidente che poco più di 2.000 casi d’influenza – su una popolazione di 55 milioni d’Italiani, sono difficilmente classificabili come una grave minaccia epidemica. Se poi consideriamo che 1 italiano su 3 è considerato “anziano”, avendo da 65 anni in su – ci rendiamo conto che si sta volutamente pompando una situazione che deve essere tenuta sotto controllo, ma senza isterismi e soprattutto senza tirar fuori dal cilindro trattamenti sanitari obbligatori di dubbia efficacia e di ancor più dubbia innocuità, visto che i vaccini contengono anche sostanze altamente tossiche come il mercurio.
Il quotidiano IL MATTINO (15.09.09), unendosi al coro, ci racconta di un fantomatico “decalogo fai da te” che la dirigenza scolastica avrebbe approntato per minimizzare i rischi di contagio influenzale all’interno delle strutture scolastiche. In realtà il Ministero della Salute ha già emanato una circolare in proposito lo scorso 27 luglio, nella quale non si fa altro che suggerire (o meglio, ricordare) alcune misure precauzionali che valgono sempre e comunque come strumento di prevenzione di malattie infettive in generale, fra cui: “ * lavare spesso le mani con acqua e sapone e in particolare dopo avere tossito o starnutito o dopo aver frequentato luoghi e mezzi di trasporto pubblici; se acqua e sapone non sono disponibili è possibile usare in alternativa soluzioni detergenti a base di alcol;
* coprire naso e bocca con un fazzoletto (possibilmente di carta) quando si starnutisce e gettare il fazzoletto nella spazzatura;
* evitare di toccare occhi, naso e bocca prima di aver lavato le mani. “
Ma evidentemente a qualcuno questo non deve essere bastato, visto che anche nell’articolo s’insiste sull’importanza di adoperare l’”Amuchina” (definita “un disinfettante molto potente”), addirittura procurandone una “dotazione…ad ogni alunno”. Beh, se si considera che la comune “candeggina” (detta anche “varecchina”) è una soluzione in acqua al 5% di ipoclorito di sodio (NaClO), mentre il preparato opportunamente citato ha una percentuale di tale sostanza oscilla fra lo 0,05 e l’1,15 , si comprende come sarebbe meglio astenersi da questa pubblicità un po’ subdola. Se poi si considera che il “gel igienizzante” per le mani della stessa casa farmaceutica (Angelini), che già sta circolando molto grazie a mamme ansiose e disinformate, ha come principali ingredienti l’alcool denaturato e l’acqua, è ancora più chiaro che il rischio di un “business H1N1” non è poi tanto strano da prevedere.
E poi, le autorità scolastiche si raccomandano di verificare le assenze e di monitorarle per una profilassi antinfluenzale e parecchi si sono spinti ad ipotizzare chiusure delle scuole ed altri provvedimenti drastici.
Ma forse lorsignori sono poco informati. Non sanno, o fingono di non sapere, che in moltissimi casi le assenze degli alunni sono assai poco verificabili, soprattutto in contesti socio-economicamente e socio-culturalmente depressi o “endemicamente” portati al non rispetto delle regole (avviso verbale, giustificazione delle assenze, certificazione attendibile dopo 5 giorni di assenze, e solo per motivi di salute).
Ma è lo stesso organismo mondiale della Sanità (OMS/WHO) che in una sua recente circolare dell’11 settembre (“Measures in school setting”) mette in guardia da provvedimenti un po’ sconsiderati di chiusura delle scuole, tranne in situazioni di effettivo allarme sanitario. Come è scritto in questo documento, infatti, bisognerebbe anche preoccuparsi della diffusione del contagio fuori della scuola, poiché: “ se gli studenti continuano a stare insieme in contesti ambientali diversi dalla scuola, continueranno a diffondere il virus, ed i benefici della chiusura scolastica saranno grandemente ridotti, se non addirittura annullati” . Saggiamente, si ricordano poi i “costi economici e sociali” di tali provvedimenti, che rischiano di essere “sproporzionatamente alti” soprattutto per i minori a rischio e le loro famiglie multiproblematiche “lasciati semplicemente a casa senza nessuna supervisione”.
Creare tempeste in un bicchier d’acqua (sia pure addizionato con Amuchina…) e lasciar circolare sospetti irrazionali, che colpiscono soprattutto le fasce più deboli (famiglie povere, extracomunitari…) e possono alimentare nuove psicosi e razzismi, è un’operazione contro cui ogni persona onesta e responsabile ha il dovere di battersi.
Moltiplicare dissennatamente la pratica delle vaccinazioni obbligatorie è un’altra squallida operazione che ha poco a che fare con la salute della collettività e molto con gli affari miliardari delle “majors” farmaceutiche e dei centri di ricerca, che in maggioranza continuano a praticare l’odiosa sperimentazione sugli animali.
Contro tutto ciò bisogna manifestare chiaramente il proprio dissenso e, se occorre, esprimere la propria ferma obiezione di coscienza.
“Signore oltremodo corpulento”; “emerito magistrato”; “ricorrere al massimo luminare, al vecchio clinico…”; “Come il sommo entrò nella camera, il letargo del Fossadoro pareva essersi fatto ancora più greve; e l’ansimare più stentato”; “con le dovute cautele, comunicò il perentorio responso…: embolo cerebrale, prognosi infausta…”, “Quale non fu la stupefazione dell’Albrizzi….”; “Il Marasca, intrepido arrampicatore universitario…”; “Domeneddìo, che disastro. Il prestigio di un clinico sommo…messo a repentaglio così!”; “…se l’integerrimo magistrato, d’illustra famiglia patrizia, diventasse lo zimbello della piazza…”; “Tiriamogli pure il collo alla sua diagnosi…”; “A palazzo Fossadoro…urgevano le telefonate di circostanza…”
E’ con questo linguaggio forbito e desueto che hanno dovuto fare i conti i quattordicenni di Napoli e di Rho, di Rimini e di Canicattì, chiamati ieri a svolgere la “prova nazionale” di Italiano per gli alunni di terza media, elaborata dall’Invalsi e programmata – insieme con quella di matematica - come quarta prova dell’ “esame di stato conclusivo del primo ciclo dell’istruzione secondaria”.
Sì, una volta si chiamava “licenza media”, ma forse non rendeva in modo abbastanza solenne e togato quella che, dopo l’abolizione dell’esame di quinta elementare, deve apparire una tappa basilare del curricolo della nuova scuola gelminiana.
Chiusi per un’ora nelle loro aule e rigidamente monitorati, ragazzi e ragazze abbronzati e accaldati si sono trovati di fronte due pagine di prosa del genere, un testo “tratto e adattato” da Le notti difficili di Dino Buzzati. Quel che è certo è che “difficile” per loro è stata questa giornata di prova nazionale d’Italiano, che partiva dal gustoso ma non certo orecchiabile racconto buzzatiano per verificarne la comprensione a vari livelli, chiedendo di rispondere ai 17 quesiti previsti.
Devo ammettere che io e gli altri docenti d’Italiano della mia scuola - segregati nella sala dei professori durante questa pretenziosa “National examination”, in attesa di prestare invece assistenza alla successiva prova di matematica – siamo stati colti da profonda “stupefazione” nel leggere il testo proposto ai nostri sventurati alunni/e.
Pur riconoscendo umilmente che non toccava certo a noi discutere quanto deciso dai “massimi luminari” del Ministero della (pubblica) Istruzione, devo riconoscere che non siamo riusciti a trattenere la sgradevole sensazione che, probabilmente, stavolta i “sommi” avessero esagerato…
Non ho potuto verificare di persona – dato il veto opposto alla nostra presenza in aula durante la somministrazione della prova d’Italiano – ma mi è stato riferito che l’occhio degli alunni appariva vitreo ed inespressivo di fronte a queste 75 righe di testo. Sospetto che ci sia qualche esagerazione, ma qualcuno mi ha raccontato che “come entrò nell’aula, il letargo di alcuni ragazzi pareva essersi fatto ancora più greve e l’ansimare più stentato…”.
D’altra parte, leggendo gli items relativi al racconto anche noi docenti non abbiamo potuto evitare d’esclamare all’unisono: “Domeneddìo, che disastro!”, convinti come eravamo che questo benedetto test dell’Invalsi stesse seriamente “mettendo a repentaglio” la licenza media di un bel po’ dei nostri sprovveduti e poco acculturati ragazzi.
Domande come l’A3 (“Con quale espressione sostituiresti ‘di riflesso’? A. Nonostante ciò, B. Di conseguenza; C. Notoriamente, D. In teoria “) hanno, infatti, lasciato anche noi piuttosto perplessi, ma non avevamo ancora letto la domanda A10 (“Che cosa indicano i puntini di sospensione all’interno del discorso del professor Marasca? A. Il pensiero sottinteso, non detto dal prof. Marasca; B. La rabbia trattenuta del prof. Marasca; C. Le parole del prof. Marasca che la contessa non riesce a sentire; D. Il rispetto del prof. Marasca verso la contessa”)…..
Ma non finisce qui! La prova continuava con un altro testo di una cinquantina di righe in cui, con un linguaggio meno ricercato, si offrivano “Consigli per il domani ai giovani (e ai genitori)”, tra cui la seguente, acuta, osservazione: “Nella società globale del 2000 dobbiamo perdere l’ossessione del posto fisso ad ogni costo ed acquisire il ‘virus’ dell’internazionalità ed il gusto della mobilità professionale”.
Dopo aver amabilmente ricordato ai ragazzi che “il primo elemento di successo nella società in rapida trasformazione” è “la capacità di esprimersi con un ricco ed articolato vocabolario”poiché “la maggiore difficoltà che si incontra nel ‘riciclare’ lavoratori anziani o nel formare lavoratori giovani è il loro ‘povero’ italiano”,l’autore dello scritto sancisce, con grande originalità, che: “Subito dopo una buona conoscenza della lingua madre, l’inglese è oggi lo strumento determinante per comunicare con il resto del mondo”, senza trascurare peraltro di consigliare lo studio di altre lingue – come il russo, il cinese e l’arabo – motivando tale originale proposta col fatto che sono “molto utili per i nuovi mercati dell’Est e del Sud”.
Ma che belle parole…La Gelmini e lo stesso Berlusconi non avrebbero potuto esprimere meglio questo alato concetto dello studio delle lingue come risorsa per l’impiego. Scusate, volevo dire “per la mobilità professionale”, indicata giustamente come un imprescindibile valore cui fare sempre riferimento in una società “globale” e “in rapida trasformazione”.
Ma sì: basta con questa stupida “ossessione del posto fisso ad ogni costo” ! Oggi occorre “riciclare” lavoratori anziani (proprio come il vetro rotto e la carta straccia…) e formare giovani lavoratori che però, ahimé!, esibiscono spesso un italiano troppo “povero”, visto che leggono molto poco e poiché tra le loro letture difficilmente troviamo Buzzati…
I nostri ragazzi – suggerisce allora il secondo testo proposto – devono assolutamente lasciarsi contagiare dal “virus dell’internazionalità” e la scuola dovrebbe sollecitare in loro il “gusto della mobilità professionale”. Solo così, grazie al loro “ricco e articolato vocabolario” italiano ed alla conoscenza di un paio di lingue (l’inglese ed il cinese, ad esempio) essi potranno realizzare il loro radioso futuro di lavoratori emigranti…
Alcuni malevoli hanno raccontato che, subito dopo questa prova nazionale d’Italiano, alla sede del Ministero e dell’Invalsi “urgevano molte telefonate di circostanza”, ma si tratta solo delle solite esagerazioni di chi pretenderebbe di far diventare l’integerrima ministra Gelmini “lo zimbello della piazza”…
Stamattina ho trascorso un bel po’ di tempo cercando di tenere in piedi un difficile dialogo con alcuni ragazzi, agitati ed eccitati per un “regolamento di conti” fra gruppetti, che si sarebbe puntualmente replicato “fuori scuola”, secondo un rituale estremamente preciso e la logica perversa, ma ferrea, che costituisce la vera regola in quel rione popolare di Napoli.
Confesso che mi sono sentito un fesso di fronte all’incrollabile certezza che leggevo nelle parole e negli occhi di uno dei protagonisti dell’episodio, un ragazzo di origini arabe, al quale cercavo disperatamente di spiegare che una rissa non ha mai risolto nessun problema, ma solo offerto un alibi per ricominciare violenze e sopraffazioni. Che chi è aggredito e minacciato non può andare in giro con una mazza nello zaino. Che è assurdo sentire un quattordicenne – che tra poco potrebbe uscire dalla scuola media ed iniziare un percorso di formazione - ripetere, convinto quanto caparbio, la frase: “Se deve succedere, succede…”, fondendo in questa frase rassegnata e cupa il fatalismo napoletano e quello musulmano…
Mi ero sentito un povero fesso anche quando sono intervenuto, alcuni giorni fa, al primo atto della rissa subito all’uscita da scuola. I ragazzi che fino a pochi minuti fa erano con me a parlare e scherzare stavano sciamando dietro all’inseguito ed agli inseguitori, letteralmente affascinati da quella sensazione di violenza annunciata, che li spingeva a fare da pubblico, un po’ spaventato ed un po’ attratto da essa. Mentre cercavo d’intervenire, davanti a me è partita una salva risentita di “Mo’ stammo fora ‘a šcola…!” e, contemporaneamente, alle mie spalle, qualcuno ha sibilato ironicamente: “E’ arrivato Falcone e Borsellino !” …
Dopo scuola, sull’autobus, sfogliavo il giornale e l’occhio mi è caduto sulle dichiarazioni del ministro e probabile futura premier d’Israele Tzipi Livni, secondo la quale il suo governo ha conseguito gli obiettivi che si prefiggeva e quindi può chiudere l’operazione “Piombo fuso”, salvo ricominciare le ostilità se Hamas non mostrasse di aver compreso “la lezione”. All’obiezione di un giornalista, che sottolineava le troppe vittime civili, la Livni ne ha parlato come di conseguenze spiacevoli, ma collaterali e secondarie, di un’azione militare contro terroristi, fingendo di non rendersi conto che più di un terzo dei 1300 morti a Gaza erano bambini e ragazzi.
Ecco: quando i leader della Terra accettano questa logica ed utilizzano tutti i media per farcela apparire “normale”, cosa diavolo posso andare a raccontare ad un povero ragazzo immigrato che si arma di un bastone per fronteggiare quelli che lo aspettano spavaldi su un motorino, fuori scuola?
Come faccio a dirgli che ci sono ben altri mezzi per risolvere liti e conflitti, che la scuola è una garanzia, che la società non è tutta frode e violenza, che è inutile e dannoso coinvolgere amici e “parenti” in qualcosa che può trasformarsi in una specie di pericolosa faida?
Basta che guardi la TV per trovarsi di fronte a dichiarazioni come quella che ho citato, a “pezzi grossi” che bestemmiano di “lezione inflitta”, rubando le parole agli educatori per affermare la logica eterna della sopraffazione e dell’umiliazione dei vinti…
Eppure domani io tornerò dietro la cattedra e tra i banchi, testardo come tutti i fessi, a cercare di aprire gli occhi e le orecchie – ma soprattutto il cuore – di chi picchia e di chi è picchiato, di chi sfotte e di chi è sfottuto, di chi impedisce agli altri di studiare ma anche di quelli che vorrebbero cancellarlo, come un brutto e fastidioso ricordo. A fare la parte di quello che “non capisce”, del donchisciotte o, per meglio dire, di… “Falcone e Borsellino”.
Lo confesso. Non sarei riuscito a tornare a scuola, dopo le vacanze, senza la prospettiva di un inizio d’anno scolastico all’insegna dei commenti sulle ultime novità sul fronte ministeriale. Non avrei mai potuto riprendere così, banalmente, il mio lavoro di insegnante senza uno straccio d’innovazione su cui imperniare vivaci discussioni in collegio docenti, riunioni di commissione ed altri strenui tentativi per capire prima di che cosa diavolo si parla, e poi per esprimere nel merito, comunque, la nostra inutile opinione di “operatori della scuola”. Pensate: tornare il 1° settembre e riprendere il discorso interrotto sul piano dell’offerta formativa, sulla valutazione d’istituto, sulla didattica più idonea a situazioni sempre più “toste” ed a contesti socio-culturali sempre più problematici… Ma che barba sarebbe stato!... Volete mettere, invece, la sprintosa ripresa – cui peraltro ci siamo ormai abituati da qualche anno – che ci richiede una certa elasticità mentale, se non altro per tentare di capire che cosa ci aspetta e per adeguarci al “nuovo corso” ministeriale? Avete presente il vecchio slogan “Non capisco, ma mi adeguo” o, per i partenopei come me, l’ancor più vecchio adagio: “Attacca ‘o ciuccio addo’ vo’ ‘o patrone” ? Ecco, anche all’apertura di questo anno scolastico 2008-09 migliaia di docenti si stanno preparando – più o meno convinti o recalcitranti – ad applicare “in corpore vivo” le divertenti trovate estive del ministro di turno e del suo entourage di pedagogisti di complemento.
Del resto, diciamo la verità, vi sembra bello che un ministro (nella fattispecie: una ministra) debba passare l’estate a predisporre tante utili ed importanti riforme della riforma precedente, mentre noi docenti - che ci siamo rinfrancati con le vacanze al mare o ai monti - ce ne torniamo belli belli al lavoro, riprendendo a programmare e ad insegnare come se niente fosse !... Il minimo che ci si deve richiedere è un po' di apertura mentale e di senso dell'avventura! Non vorremo mica fossilizzarci a fare scuola come l'anno scorso, neh? Come dite? Ne avete abbastanza di novità propinate dall'alto sulla testa degli insegnanti, contraddicendo quello che sembrava ormai assodato e sparigliando le carte sicure che si credeva di avere in mano? Ma insomma! Vi rendete conto che la scuola sta invecchiando sempre di più e che tra poco il personale docente si avvicinerà alla settantina? Se non ci fossero i nuovi ministri a dare una scossa salutare alla pigrizia mentale di tanti insegnanti, dove andremmo a finire? Altro che "more brain training" !...
Dice: ma si può sapere che accidenti dobbiamo fare con questa dannata "educazione civica", che ora viene scorporata in una pluralità di "educazioni", ora espulsa del tutto dal curriculum e dai libri da adottare, ed infine rimessa in gioco all'ultimo minuto, magari a spese di storia e geografia già decurtate? Embé ? Vuol dire che, educatamente, ci adegueremo anche questa volta. E poi, la questione dei voti... Quante storie se, dopo anni di chiacchiere e controchiacchiere sulla valutazione e sulla "certificazione delle competenze" una ministra decide di ripristinare i voti numerici...! Dite la verità: quanti/e di voi li hanno rimpianti per tanti anni? Ebbene, eccovi serviti, a partire dal ripristino del voto di condotta! Che dite? Che con tutte queste novità gli alunni e le famiglie si sentiranno ancora più sbandati e confusi? Chiacchiere! La verità è che sono proprio maestri e professori a sentirsi mancare la terra sotto i piedi ogni primo di settembre... Certo, si passeranno le prime due settimane a discutere, invece di pensare a cose più pratiche e concrete, ma poi tutti rientreranno disciplinatamente nei ranghi. Insomma: con un po' di sana elasticità e dando un colpo al cerchio ed uno alla botte ma, si sa, se non si fa così non si può sopravvivere nella scuola...
E allora via! Inizia un nuovo capitolo della solita fiction intitolata "Penelope's School", con nuovi colpi di scena (il maestro unico alle elementari, i voti in pagella, i grembiuli/divise ripristinati, l'educazione alla convivenza civile...) e con una trama tutta nuova, che la Penelope di turno - Maria Stella Gelmini - sta tessendo sull'ordito cui è ormai ridotta la tela della riforma della precedente riforma. Dice: ma i problemi della scuola sono ben altri! Le risorse vengono ancora decurtate, il personale è sempre più precario, l'integrazione degli alunni/e stranieri è solo all'inizio, le competenze effettive conseguite nelle scuole italiane sono insoddisfacenti, il bullismo si diffonde, i docenti sono insoddisfatti e demotivati... Embè ? Vuol dire che trasformeremo le scuole in "fondazioni" e, perché no?, anche il S.p.A.; daremo a tutti gli alunni lo stesso grembiule, così diventeranno più uguali; rimetteremo i voti per far capire meglio ai ciucci che sono ciucci e insegneremo noi l'educazione... ovviamente, quella "civica", ai lazzaroni ed ai bulletti, espellendoli, se necessario, da tutte le scuole del Regno! E se non c'è più il regno, vuole dire che li cacceremo fuori dalle scuole della repubblica e da quelle pareggiate, parificate ed equiparate!
Con queste riflessioni ed assicurazioni, quindi, avviamoci ad iniziare questo anno scolastico di grazia (?) 2008-09, nella convinzione che il castello che stiamo cominciando a costruire nelle nostre classi è, come quelli che abbiamo visto finora al mare, una costruzione di sabbia, che le onde ministeriali provvederanno a demolire il prossimo anno. Ma - intendiamoci - soltanto per mantenere vive ed agili le nostre facoltà mentali, neh...!
di Ermete FERRARO
Sono passati 34 anni da quando presi la decisione di mettere da parte la mia attività di operatore sociale e di animatore socio-culturale per tornare a quell'insegnamento per il quale mi ero laureato ed abilitato dieci anni prima. Dal '75 al '77, il servizio civile che avevo prestato come obiettore di coscienza alla "Casa dello Scugnizzo" mi aveva condotto su un terreno del tutto nuovo ed appassionante. Ero diventato un educatore che si occupava di gruppi di bambini ed i ragazzi di un quartiere difficile di Napoli e, per riflesso, un "social worker" con/per quelle famiglie e quella comunità in cui quei minori stavano crescendo e si stavano formando. In quel decennio di "full immersion" in una realtà esistenziale e socio-culturale lontanissima da quella nella quale ero cresciuto, e grazie alla guida di maestri del calibro di Mario Borrelli e dei suoi primi collaboratori, avevo capito che conoscere ed analizzare quel contesto non serviva per intervenirvi presuntuosamente dall'esterno, in base ai miei schemi mentali ed alle mie priorità, ma piuttosto per coglierne i bisogni reali e per rispondere ad essi nel modo più adeguato ed efficace possibile.

Dal 1984, anno in cui ripresi ad insegnare (scegliendo non a caso di lavorare con i ragazzini delle medie e decidendo di farlo in due ambienti assai problematici, inizialmente nella parte vecchia di Casoria e, in seguito, nella zona del cosiddetto "Buvero", nel quartiere Vicaria di Napoli) ho tentato comunque di mettere a frutto la precedente esperienza di educatore ed assistente sociale, in primo luogo cercando di non dimenticare mai che dietro ogni "alunno" c'è un bambino, una famiglia, un quartiere, un modo di vivere, di pensare e di valutare. La seconda acquisizione che ho cercato di utilizzare anche da docente è che insegnare è un'attività fondata sulle dinamiche della psicologia di gruppo, e che la necessaria "personalizzazione" dell'insegnamento non esclude affatto l'esigenza di fare della scuola un'esperienza collettiva, di socializzazione, e non soltanto di formazione e d'istruzione.
Sono ormai parecchi anni, inoltre, che affianco al mio quotidiano lavoro d'insegnante (nel senso che ho appena chiarito) anche un impegno socio-educativo esterno alle mie classi, svolgendo il ruolo (chiamato inizialmente "funzione obbiettivo" e poi "funzione strumentale") di chi si occupa di analizzare e comprendere meglio la realtà scolastica, per proporre interventi e servizi volti specificamente a promuovere il "benessere" degli alunni/e. Era ed è un modo per cambiare un po' la prospettiva della scuola, provando per prima cosa a mettersi dalla parte dei ragazzi, per comprendere meglio tutto ciò che produce in loro quello che eufemisticamente viene chiamato "disagio scolastico". In effetti si tratta di un malessere per niente nuovo e ovviamente molto diffuso, ma in contesti socio-economici e culturali come quelli dove ho scelto di operare capita molto spesso che vada ben oltre le dimensioni per così dire "fisiologiche" del comprensibile fastidio per un'attività vissuta come costrizione e fatica, trasformandosi in reazioni più dirompenti e preoccupanti, sospese tra la fuga dalla scuola (dispersione) e l'opposizione aperta ad essa (trasgressività, aggressività, bullismo).