Un blog per condividere esperienze, idee, progetti, in un'ottica nonviolenta ed eco-sociale.
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Nome: Ermete Ferraro
Napoletano, classe '52, sono sposato e ho tre figlie. Di formazione cattolica e nonviolenta,dopo la laurea in lettere mi sono diplomato in servizio sociale e sono stato impegnato per 10 anni come animatore socio-educativo ed assistente sociale. Da molti anni insegno lettere nella scuola media, dove mi occupo anche di problemi di disagio cognitivo e comportamentale.
Tra i primi obiettori di coscienza, attivista nonviolento ed eco-pacifista, sono stato uno dei fondatori dei Verdi a Napoli, dove ho ricoperto (1987-97)il ruolo di consigliere/capogruppo circoscrizionale al Vomero - quartiere di cui sono stato anche il primo presidente 'verde'- e di consigliere e capogruppo nel Consiglio Provinciale (dal 1990 al '95).
Sono stato coordinatore del circolo di Napoli e membro del coordinamento regionale della Campania dell'associazione Verdi Ambiente e SocietĂ ONLUS. Di VAS sono attualmente Consigliere Nazionale e referente nazionale per l'ecopacifismo. A livello regionale,poi,sono componente dell'Esecutivo di VAS-Campania, come responsabile per la cultura.
Ho svolto per 8 anni la funzione di Presidente e Coordinatore Sociale della FOCS (Fondazione Casa dello Scugnizzo ONLUS) di Napoli, di cui resto consigliere generale.
Sono autore di svariati articoli e pubblicazioni.
Visita: www.ermeteferraro.it
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Sono state celebrate da poco le Quattro Giornate di Napoli, lo storico episodio d’insurrezione popolare attraverso la quale – già il 1° ottobre del 1943 - la città di Napoli fu la prima a liberarsi, con le proprie mani e con la forza della propria determinazione, dall’occupazione politica e militare dei Tedeschi. Ebbene, sessantacinque anni dopo, questa stessa Città – in stridente contraddizione con la retorica caratteristica di tutte le manifestazioni celebrative – mostra su di sé i segni laceranti lasciati da uno dei periodi più difficili della sua storia. Stretta tra la morsa della precarietà occupazionale ed esistenziale (assurta ormai da decenni a tragica normalità) e quella delle continue emergenze (dal traffico irriducibile e soffocante alla cosiddetta “crisi-rifiuti”, dal radicamento territoriale della criminalità organizzata all’endemico abusivismo predatorio degli spazi comuni), Napoli sta vivendo un momento “nero” anche sotto il profilo politico-amministrativo. Mai come in questo periodo, infatti, si registra un pericoloso arretramento dei valori democratici e di convivenza civile che, viceversa, erano alla base proprio di quella gloriosa insurrezione, civile e popolare.
Se riflettiamo su questo cupo autunno napoletano, caratterizzato dalla deprimente presenza in città di centinaia di militari, chiamati dal governo a fiancheggiare le forze dell’ordine nel “presidiare” in armi un territorio sempre più saccheggiato e martoriato, abbiamo già una chiara immagine di quest’assurda contraddizione. Essa nasce non solo dalla militarizzazione della vita civile e politica, ma anche dallo svuotamento di ogni istanza di democrazia civile e partecipata, sostituita arrogantemente dalla logica prefettizia dei “commissari speciali” un po’ in ogni materia, dalla gestione dei rifiuti a quella del “forum mondiale delle culture”.
Napoli, decorata con medaglia d’oro per l’incredibile resistenza dei suoi cittadini alla prepotenza di un esercito invasore ed invadente, sta assistendo sempre più sbigottita ed impotente allo spettacolo dei blindati del nostro esercito che girano per le strade, che stabiliscono dei check points da città assediata. E tutto questo spiegamento di virile determinazione, poi, per proteggere i napoletani da attentati terroristici oppure dalla minaccia dei camorristi? Ma quando mai? La priorità sembra quella di fronteggiare pericolosissimi venditori ambulanti abusivi oppure presidiare discariche di spazzatura imposte con la forza ai cittadini, così da scoraggiare ogni insubordinazione alle decisioni del “generalissimo”, che bontà sua viene ogni settimana ad “ispezionare” le sue truppe ed a verificare l’allineamento alle sue decisioni di governatori e sindaci, incapaci di rappresentare non solo la comunità, ma perfino il proprio partito.
In quest’assurdo quadro, poi, non c’è da meravigliarsi più di tanto se a celebrare le Quattro Giornate di Napoli è stata chiamata la banda della US Navy, dedicando alle truppe alleate perfino una targa commemorativa, come se fossero stati gli Americani a liberare Napoli e non gli studenti, le donne, gli scugnizzi e le persone qualunque, che seppero cacciar via il più potente e feroce esercito di quel periodo. Certo, è innegabile che gli “Alleati” hanno ratificato e consolidato la “liberazione” di Napoli, ma bisogna avere il coraggio civile di dire che ormai da più di 60 anni i napoletani stanno ringraziando questi ingombranti ospiti armati, senza che però essi si siano decisi a togliere il disturbo. Al contrario, il mare, il cielo e larghe fette del territorio napoletano restano tuttora presidiati militarmente, mettendone a rischio la sicurezza, al punto che Napoli – sebbene dichiarata città di pace…- è sede del Comando Alleato della NATO e di quello della US Navy per tutto il versante sud-orientale, essendo stata trasformata da anni in una specie di “portaerei” americana nel Mediterraneo.
Ai cittadini, quindi, si chiede si affidarsi ciecamente a questa “protezione” militare, né più né meno di come ai negozianti qualcuno chiede di fidarsi ciecamente della “protezione” camorrista, senza farsi troppe domande e senza sforzarsi di capire da cosa diavolo vogliono proteggerci, per forza, tutti questi soldati, paracadutisti, marines e compagnia brutta…
Beh, se 65 anni dalle Quattro Giornate non sono trascorsi invano, spero proprio che i Napoletani si decidano finalmente a chiederselo e ad agire da cittadini e non da sudditi, opponendo una nuova resistenza alla militarizzazione della politica ed alla criminalizzazione del dissenso.
Caro Mario,
questa volta ti scrivo per esprimerti la mia gioia per il tuo ritorno tra noi. Un ritorno "virtuale", certo, ma non meno commovente e profondo, che ti ha finalmente riportato in mezzo a noi e ti ha permesso d’incontrare, dopo tanti anni, tanti tuoi vecchi amici e compagni di strada. Sabato scorso, tra i velluti e gli stucchi dorati del teatro "Mercadante", non solo abbiamo finalmente potuto vederti e parlare di te, ma ci siamo anche anche sentiti per tre ore tuoi interlocutori. Eh già, come recitava il titolo della manifestazione ("Parliamone con Mario") in quella sala non c’erano solo le impalpabili immagini della tua intervista a Moreno Alessi, ma c’eri proprio tu, con il tuo sguardo sfottitore, con la tua inconfondibile mimica, con le tue pause da incallito attore di una vita da film.
Sabato mattina è avvenuto un piccolo miracolo. Per alcune ore la macchina del tempo ci ha riportati indietro, a quegli incredibili anni ’60 e ’70, ed intorno a te si sono materializzati decine di personaggi che hanno scritto, insieme con te, tante pagine fondamentali di una storia di Napoli che ben pochi conoscono e che deve ancora essere studiata compiutamente. Dissoltesi le immagini evocatrici del filmato in cui tu ti raccontavi in prima persona, nulla più mi sembrava come un’ora prima e sono certo che tutti i presenti si sono sentiti effettivamente immersi in una realtà che ha ormai ben pochi punti in comune con quella attuale. Una realtà di fede solida, popolare e laica; di proposte profetiche per turbare gli equilibri ipocriti dei benpensanti di sempre; di lavoro sociale, sanitario e educativo "dal basso", animato da speranze incrollabile e da convinzioni trascinanti. Altro che alternanza tra pensiero debole e pensiero unico! Altro che volontariato col bollino blu e concertazione tra istituzioni e terzo settore! Altro che "committenza pubblica", con tanto di gare di appalto, associazione temporanee d’impresa, protocolli d’intesa e via burocratizzando...!
Il tuo ripercorrere quegli anni - dal seminario all’avventura notturna in mezzo agli scugnizzi, dalla "chiesa mobile" alle lotte con i baraccati, dagli studi londinesi al radicamento della tua casa dello scugnizzo come centro di sviluppo comunitario - ci ha riportati bruscamente ad un’epoca in cui si parlava poco di "progetti" ma molto di "Progetto"; poco di sedicenti "organismi rappresentativi" ma assai di più più di protagonismo popolare. Anni in cui il verbo "servire" - fosse coniugato in chiave evangelica o marxista - aveva ancora un senso compiuto. Anni in cui si sentiva che "schierarsi" non era una scelta faziosa ma un dovere etico, prima ancora che politico e che, come diceva don Milani, la stessa obbedienza (religiosa, di partito, di ruolo...) non era più una virtù, bensì uno schermo per non decidere con la propria testa, secondo ragione e coscienza.
Dopo quelle immagini che ti ri-evocavano così efficacemente, ho visto l’assessore Cardillo vistosamente commosso; ho sentito il sindaco Jervolino emotivamente coinvolta da un messaggio che l’interpellava come cristiana e come napoletana; ho sentito serpeggiare in sala una sensazione comune di rimpianto per quel periodo eroico, privo di dubbi e di compromessi, in cui non si stava tanto a studiare le strategie, ma si agiva e ci si comprometteva, si obiettava duramente ma, al tempo stesso, si lavorava in prima persona per costruire alternative credibili e funzionali. Le belle testimonianze che hanno seguito il riconoscimento pubblico dell’Amministrazione Comunale di Napoli nei tuoi confronti (una medaglia d’oro consegnata al tuo omonimo nipote), hanno ripreso con intensità ed efficacia questo clima non tanto di ricordo, quanto di recupero di quello spirito che don Sturzo avrebbe definito "libero e forte" e che tu hai saputo "incarnare" così bene nel tuo lavoro con gli ultimi di quella eduardiana "Napoli milionaria", che non sarebbe mai più stata come prima della guerra. (SEGUE...)
Tonino Drago - vero profeta della nonviolenza e tuo collaboratore in quella "ricerca sulla pace" di cui sei stato di fatto l’antesignano in Italia - ha sottolineato giustamente proprio questo aspetto della "solidarietà popolare" e della "religiosità popolare", che sono andate appannandosi progressivamente, scavando un solco sempre più profondo tra le due Napoli. E la giornalista Donatella Trotta ha ricordato non a caso che tu - difensore del diritto alla casa delle prostitute delle baracche del Porto - in una delle tue ultime interviste hai duramente denunciato la "prostituzione" che serpeggia sempre più verso il potere in tutte le sue forme. Sul palco del Mercadante, con sullo sfondo il tuo viso provocatore, si sono alternati tanti tuoi vecchi "compagni", dall’ex-animatore della Mensa dei Bambini Proletari Geppino Fiorenza al già prete-operaio Giovanni Tammaro; dai due mitici "fratelli Greco" dei Centri Sanitari Popolari a Gianni Attademo, da sempre impegnato con i minori a rischio. Ed in sala ti applaudivano - e un po’ si applaudivano - tanti altri amici di quei tempi, da Edoardo Petrone a Mirella Pignataro; da Lanfranco Genito a quelli che hanno lavorato con te dagli anni ’70, come Sergio Minichini, Patrizia di Matteo, Gigi Bucci ed io stesso. Il ricordo più sentito, però, è stato quello del tuo ex-scugnizzo Salvatore Di Maio, ora importante dirigente comunale, che ha aperto e concluso questo incontro in cui abbiamo parlato di te e con te.
Da quel filmato tu sei emerso come ti abbiamo conosciuto, irridente ed autoironico, pienamente consapevole di tutto quanto hai fatto ma al tempo stesso capace di smitizzarti da solo, al punto da dire che quando si è liberi davvero ci si sente più leggeri, meno indispensabili, capaci di riconoscersi dei "fessi" qualunque. Penso che sia il tuo modo colorito per parafrasare la nota frase di S. Paolo, quando invitava i seguaci di Cristo a fare tutto il loro dovere, riconoscendosi però, alla fine, solo dei "servi inutili". Beh, caro Mario, dopo questo incontro con te io, come credo anche altri, mi sono sentito davvero tale, ma ho anche assaporato il piacere ed il grande privilegio di esserti stato vicino per parecchi anni e di averti avuto come maestro.
Ciao e grazie per quello che ci hai lasciato e che - è una promessa - sapremo far fruttificare.
Ermes
Lettera a Mario Borrelli
di Ermete Ferraro
Ciao Mario! Ieri sera, nella "tua" vecchia parrocchia di Mater Dei non eravamo in tanti a ricordarti, e comunque neanche ai tuoi funerali, giusto un anno fa e nella stessa chiesa, c'erano tutti quelli che pur devono molto alla tua incredibile esperienza di padre e di maestro. D'altra parte non sarebbe bastato il Duomo se fossero intervenuti alla santa messa in tuo ricordo le centinaia di ex-scugnizzi tuttora sparsi per il mondo, di ex-baraccati, di ex-prostitute, per non parlare delle migliaia di lavoratori, disoccupati, donne, vecchi e bambini ai quali la "Casa dello Scugnizzo" ed il Centro Comunitario di Materdei hanno offerto per 57 anni non solo uno spazio unico per stare insieme, ma un'accoglienza solidale e fattiva, un'occasione inostituibile per crescere come persone, come gruppo e come comunità.
Un anno fa a darti l'ultimo saluto, oltre a parenti e amici ed a noi vecchi amici e collaboratori della Fondazione, c'erano stati alcuni di quelli che hanno condiviso almeno una tappa della tua fantastica avventura, come: Tonino Drago, Giuliana Martirani, Samuele Ciambriello, Geppino Fiorenza, Donatella Trotta, ed a rappresentare la Chiesa di Napoli era venuto un vicario episcopale, latore e lettore di un messaggio del Cardinale. Ieri, invece, erano presente tra noi il Sindaco Jervolino e l'assessore Cardillo, per testimoniare di persona il riconoscimento, sia pur tardivo, di una città che ha il brutto vizio di dimenticare i grandi uomini ai quali ha dato i natali e che, proprio come hai fatto tu, l'hanno fatta conoscere in tutto il mondo, ...
Enrico Cardillo, in un articolo pubblicato dal "MATTINO" dopo la tua morte, così ti descriveva: "Tu, famoso nel mondo come apostolo dei poveri, non violento ma straordinariamente carismatico nell’organizzare e sostenere le lotte per la casa, il lavoro, l’autoriduzione di affitti insostenibili, la salute durante il colera, l’aumento del pane, l’istruzione pubblica gratuita, la pace nel mondo. Poi vennero anche film e libri che narravano la tua storia, quella di Don Vesuvio, il prete degli scugnizzi". E poi ricordava le decine di personaggi che ti hanno incrociato in quegli anni eccezionali, tra cui Luigi e Donato Greco, Mariella La Falce, Felice e Mariella Pignataro, Tonino Drago, Giovanni Tammaro, Claudio Ciambelli, Paolo Giannino, Goffredo Fofi, Luciano Carrino, Massimo Menegozzo, Piero Cerato, Geppino Fiorenza, Vittorio Dini, Fabrizia Ramondino, Domenico De Masi, Enrico Pugliese, Percy Allum, Giuliana Martirani e tanti altri. Un mondo "alternativo" che oggi ci sembra quasi incredibile, composto di pediatri di base e animatori socioculturali, di fisici e giudici, di scrittori e sociologi, di credenti e non credenti, tutti uniti però dalla voglia di cambiare la loro realtà "dal basso" (allora di diceva così, anche se oggi questa espressione suona ormai un po' strana...).
Beh, quello che è certo è che "in basso", tra gli "ultimi" ci sei rimasto tu per mezzo secolo, in quella che Cardillo, sempre nel suo articolo, definiva la "Napoli degli esclusi, dei più poveri, di quelli cui vengono negati i diritti" e che tanto "doveva al tuo insegnamento forte e non violento". Eppure quella "città che ti deve tanto" non era realmente presente ai tuoi funerali né, ieri, al ricordo dell'anniversario della tua morte, che ha spento la tua esistenza terrena ad Oxford, dove vivevi ormai da circa dieci anni. Come si dice di solito in questi casi: "nemo propheta in patria"...? Non lo so, ma d'altra parte non è un certo un caso se, invece, il prestigioso "TIMES" di Londra ti ha riservato un lungo articolo, nel quale racconta "...Don Vesuvio, la Tigre di Napoli, il Santo di Napoli, il “Provocatore”, definendoti "visibile trionfo di dedizione cristiana e di una determinazione che non si lascia piegare dalle avversità" e ricordando il tuo "senso di convinzione senza compromessi". Non è un caso nemmeno che l'altrettanto prestigiosa LSE (London School of Economics) - dove negli anni caldi 1968-70 conseguisti una laurea magistrale in "amministrazione sociale" - abbia pubblicamente celebrato il tuo percorso di operatore sociale d'avanguardia, laddove la nostra Università ed altre istituzioni accademiche non hanno ricordato neppure con una riga la scomparsa di un grande figlio di Napoli, il solo che sia riuscito a mettere d'accordo la teologia con la sociologia, la ricerca storica con una pionieristica peace research, il gusto genuino per la tradizione del popolo napoletano col netto rifiuto di ogni forma di folklore che, in nome del profitto, inchiodi Napoli alla sua squallida "filosofia della miseria".
E poi, dov'era - un anno fa come anche ieri - quella "chiesa del dissenso" che ti ha
visto protagonista per anni, come primo direttore della rivista "IL TETTO" e come instancabile animatore di quel "Coordinamento dei gruppi volontari", che riuscì a riunire a Materdei le migliori espressioni del mondo cattolico più impegnato, dei gruppi nonviolenti e per l'obiezione di coscienza e di quelle "comunità di base" di cui resta solo un pallido ricordo? Ti sarà bastato il messaggio inviato al tuo funerale dall'attuale Arcivescovo per cancellarti dalla memoria tanti anni di freddezza, di gelido distacco, di diffidenza malcelata, che ti hanno seguito nel tuo difficile percorso da "outsider" di tutte le istituzioni, fossero ecclesiastiche ma anche civili e politiche? E che fine hanno fatto quelli che oggi si sciacquano la bocca con termini come welfare community o empowerment, ma non sanno (o hanno preferito scordarsi...) che per decenni sei stato tu il solo riferimento internazionale nel piccolo mondo antico dell'assistenzialismo nostrano, e che i tuoi saggi che parlavano di "coscientizzazione e sviluppo comunitario" li hai scritti quando qui da noi neppure si parlava di "politiche sociali" ...?
Simona Petricciuolo, in un suo articolo su di te pubblicato su "IL MATTINO", ha scritto: " Borrelli ha dimostrato che era possibile svincolarsi da tutti i poteri, lui che da sacerdote, per seguire al meglio la propria vocazione, si è dovuto svincolare anche da quello della Curia, e fare qualcosa di concreto per aiutare che ne aveva bisogno". Mi sembra che effettivamente abbia saputo cogliere quanto sia stata sempre difficile e contro-corrente ogni tua scelta, anche quando era quella di essere "semplicemente un cristiano", come dichiarasti in una tua vecchia intervista alla BBC, respingendo "con impazienza" - per citare ancora "THE TIMES" - la tendenza a trasformarti già in vita in "santo virtuale"... Eppure non facile tentazione, visto che per anni sei stato considerato quasi un super-eroe, grazie al libro di Morris West - citato perfino dalla moglie del presidente degli USA, Eleanor Roosvelt - al film in bianco e nero su "Don Vesuvio", alle centinaia di articoli ed interviste radiotelevisive, alla tua stessa fama di esperto internazionale di sviluppo e di pace, invitato a far da relatore per la comunità Europea, per la Nazioni Unite e in decine di forum mondiali sull'educazione alla pace.
Sai una cosa, Mario? In questa prima settimana di Quaresima mi è tornato spesso alla mente il termine "incarnazione", parola-chiave della tua esistenza religiosa e laica al tempo stesso. L'amore senza timore per Dio; la vera solidarietà ( che può essere solo da uguali) verso la sofferenza dei fratelli; la speranza operosa nel cambiamento; la sete di giustizia e di pace; la difesa d'ufficio dei diritti dei più deboli e degli ultimi - che sono poi il centro vivo della "buona notizia" di Gesù - avevano per te l'esigenza di "incarnarsi", di diventare realtà concreta (e sofferenza vera...) qui e ora. Nessuno più di te amava le parole e la loro magia, e questa era una delle cose che - insieme con la scelta dei poveri - mi hanno fatto sempre sentire vicino a te, al tuo gusto filologico, alla tua ricerca d'insospettabili collegamenti tra concetti e parole... Eppure hai scritto, presentando un libro di Francesco de Notaris: "...Il dilemma è sapere che cosa significa la nostra parola, da dove parte e cosa vuole... Ci siamo fatti prigionieri della parola. La parola si è staccata dalla persona come strumento o paravento o difesa. Chi parla quando nessuno vuol sentire parla a se stesso. E se uno parla a se stesso, perchè parla? [...] La Parola si è fatta carne e si è tuffata nel nulla e si è nascosta tra gli uomini nel silenzio e nel dolore e si è fatta luce, forza, sostegno, speranza concreta e resurrezione. I rami sono le radici del cielo, come le radici sono i rami della terra. Rifacciamoci con fatica e dolore le nuove radici anche se l'albero sta imputridendo, da liberi e giusti e solidali con tutti quelli cui la storia degli umani ha riservato lo stesso disumano destino sociale".
Ecco, tu sei riuscito effettivamente a vivere libero, giusto e solidale con tutti quelli che il nostro disumano "progresso" ha lasciato e continua a lasciare indietro, soprattutto in quest'epoca di globalizzazione selvaggia e di religione iperliberista del materialismo, che emargina sempre più chi non regge il passo e finisce con l'inciampare, mentre di "buoni samaritani" ce ne sono rimasti molto pochi, e alla carità cristiana si è preferito sostituire l'assistenza burocratica o lo pseudo-volontarismo del non-profit"...
Quando Donatella Trotta t'intervistò, per il "MATTINO", seppe cogliere in te: "...un lampo nello sguardo dalla trasparenza dell' acquamarina rimasto aguzzo: ad evocare un'antica, indomita focosità stemperata soltanto dall'età e dai...capelli bianchi". Ed è effettivamente difficile non ricordare i tuoi incredibili occhi azzurri, che trapanavano l'interlocutore con lo sguardo indagatore e un po' sfottitore che non hai mai perso, e che affiora perfino nella tua ultima intervista davanti ad una telecamera, che ora abbiamo trasformato in un film per ricordarti meglio alle nuove generazioni. "Del resto - commentava la giornalista - [Borrelli] non ha mai avuto peli sulla lingua l'ex "Don Vesuvio" che più di cinquant'anni fa scelse di intrecciare concretamente la propria vita di sacerdote oratoriano e fine studioso con gli scugnizzi orfani del dopoguerra napoletano, con i baraccati e le puttane senza diritti, vivendo e combattendo con loro on the road al di là di ogni convenzione, da scomodo e ribelle prete-scugnizzo e polemico avventuriero di Dio, vagabondo tra i vagabondi e maieuta caparbio e insofferente a qualunque forma di sopraffazione e iniquità dell'uomo sull'uomo".
Effettivamente tu sei stato tutto questo: "sacerdote e fine studioso" ma anche "scomodo e ribelle prete-scugnizzo". Anche la definizione di "polemico avventuriero di Dio" ti sarebbe piaciuta, perché diametralmente opposta a quella colorita definizione di "filibustiere di Dio" con cui spesso gratificavi uno dei rappresentanti di quella "chiesa con la 'c' minuscola" da cui ha sempre preso le distanze. Anche "vagabondo tra i vagabondi" rende bene gli anni da te vissuti intensamente tra carbonai, operai, baraccati, girando con la tua "chiesa mobile" dove c'era lo spazio per le "guarattelle" così come per il Santissimo, e dove il latino, il napoletano e l'inglese si erano sposati incredibilmente in una comunicazione in cui la parola serviva davvero a testimoniare la verità.
Ciao, Mario! Ci manchi, mi manchi tanto... Non voglio affatto trasformarti in un "santino" - anche perché so che mi prenderesti a male parole - ma spero tanto che questo mio ricordo riesca a raggiungerti e a farti sentire quanto abbiamo ancora bisogno del tuo esempio, della tua profondità di pensiero, della tua ironia, delle tue provocazioni, come quando hai dichiarato, nell'ultima intervista che vedremo presto come film, che il futuro non ha senso, se non ha radici nel nostro personale presente, concetto che bene esprimevi anche nella presentazione al libro di De Notaris:
"Se i semi del nostro futuro non sono nel nostro presente passeremo alla storia come muti testimoni di una città morta. Quale alternativa resta al 'silenzio della ragione' ? La protezione dei santi morti che tardano a fare miracoli o dei santi vivi che non sentono la responsabilità di operarli?. La speranza non può esaurirsi in un futuro di cose da possedere ma in un futuro di uomini disposti a cambiarsi. Se permane un'atmosfera di emergenza, di anormalità, di eccezionalità,di escatologia, di messianismo sociale, i piani futuri saranno concepiti in un contesto di dipendenza e di servitù."
Aiutaci, Mario, stacci vicino, soprattutto in questo periodo di continue e artificiose "emergenze", per costruire insieme, dal basso, quel "futuro di uomini disposti a cambiarsi", senza aspettare miracoli né nuovi messianismi. Forse così riusciremo davvero a proseguire il lavoro che hai portato avanti per tanto tempo, testardamente e controcorrente, e dimostreremo di aver capito la tua lezione. Ciao, Mario, e grazie!
Ermes