
DI ERMETE FERRARO
CONVERDIAMOCI !
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The 10 Key Values of the U.S. GREENS
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The Charter of European Greens Charter(Geneva 2006)
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The Charter of Global Greens(Canberra 2001)
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Saggezza ecologica
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Saggezza ecologica
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Giustizia sociale
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Giustizia sociale
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Giustizia sociale
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Democrazia dal basso
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Libertà attraverso l’Autodeterminazione
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Democrazia partecipativa
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Nonviolenza
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Nonviolenza
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Nonviolenza
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Decentramento
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Economia Comunitaria
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Femminismo
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Eguaglianza di genere
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Rispetto della Diversità
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Diversità
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Rispetto della Diversità
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Responsabilità personale e globale
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Responsabilità Ambientale
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Sostenibilità verso il Futuro
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Sviluppo sostenibile
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Sostenibilità
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# 1 - Alle radici dell'essere "verdi"
Ho elaborato questa semplice tabella per raggruppare e sistemare sinotticamente i principi ispiratori delle tre federazioni internazionali dei movimenti e partiti Verdi: a livello americano, europeo e globale. Certe volte, infatti, è necessario ricorrere a strumenti semplici e non equivoci come questo, quando ci si trova ad assistere ad un dibattito, spinoso quanto scorretto, come quello che riguarda l’identità dei Verdi italiani, e quindi potenzialità e prospettive di una visione ecologista che è stata sempre caratterizzata da un pensiero globale incarnato in un’azione locale.
Il guaio è che la Federazione dei Verdi sembra ormai paralizzata da una profonda crisi d’identità e i vari “personaggi” che dovrebbero rappresentarla vagano sulla scena come se fossero ancora “in cerca di autore”. Però, a dire il vero, più che ad un dramma pirandelliano sembra purtroppo di assistere ad una farsa o ad una vecchia pochade, piena di equivoci e di gente che entra ed esce dalla scena senza incontrarsi, facendosi ridere il pubblico alle spalle.
Nemmeno i più pessimisti avrebbero immaginato che potesse cadere talmente in basso quella che per molti, me compreso, era stata la grande “speranza verde” in una politica ecologica, capace al tempo stesso di realizzare l’ecologia della politica. Eppure quella speranza è stata fin dall’inizio tradita e strumentalizzata da chi avrebbe dovuto rappresentarla sul già triste, talvolta osceno, palcoscenico della politica italiana, trasformando il sogno di un’alternativa ecologista, sociale e pacifista nell’incubo di un partitino rissoso e minoritario. L’ennesimo soggetto politico privo di democrazia interna e di radicamento sul territorio, preoccupato di soffocare ogni segnale di coerenza e di ricerca dell’alternativa pur di non compromettere seggi e strapuntini elettorali e di non disturbare i “manovratori” di troppe equivoche giunte locali e regionali. Poi c’è stata la stagione degli apparentamenti e delle coalizioni, tutti rigorosamente decisi al vertice e altrettanto decisamente sconfitti dal responso delle urne. L’ unico risultato conseguito, pertanto, è stato quello di perdere non solo le elezioni, ma la stessa identità ed identità della proposta Verde, scoloritasi al punto tale da diventare oggettivamente indecifrabile e da non riuscire a giustificare l’esistenza stessa di un soggetto verde sulla scena politica nazionale.
# 2 - Affondare o rifondare i Verdi?
L'ultima Assemblea dei Verdi italiani ha riservato agli stanchi e disincantati spettatori della politica nostrana un ulteriore “coup de scène”, capovolgendo gli equilibri interni e spostando il consenso – sia pure in modo risicato e piuttosto sospetto – dalla linea francescatiana della confluenza totale in “Sinistra e Libertà” alla bonelliana “riscossa ecologista”, fondata sul lancio di una “costituente verde”.
Chi aveva conservato un “cuore verde” – pur se messo a dura prova da decenni d’insopportabili tradimenti ed incoerenze – aveva cominciato ad esultare, ma l’incantesimo è durato poco e ci è subito accorti che stava approssimandosi un’altra delusione. Bastava infatti ascoltare o leggere le prime dichiarazioni del nuovo presidente dei Verdi per farsi un’idea di cosa si sta prospettando.
L'obiettivo, secondo Angelo Bonelli, sarebbe quello di "creare una formazione ecologista post-ideologica. La questione della centralità ambientale, della tutela della salute, anche la realizzazione di nuovi posti di lavoro, riguarda tutte le famiglie italiane. Vogliamo rompere i confini ideologici e creare una forza ecologista che sia trasversale e parli a tutti.[…] Se in Italia i Verdi non hanno raggiunto i livelli degli altri paesi, come la Francia è perché qui abbiamo parlato solo con una parte ideologizzata della società…”. [AGI 12 OTT 09]. Gli ha fatto eco Marco Boato, dichiarando che: “…siamo di fronte al rischio reale di una loro (dei Verdi) scomparsa, di un loro suicidio programmato, dopo troppi anni in cui si sono fatti ricomprendere nell’ambito della estrema sinistra, della “sinistra radicale”, accomunati sistematicamente per anni nei mass media alle formazioni comuniste e neo-comuniste. […] I Verdi sono nati proprio sulle ceneri delle ideologie totalizzanti degli anni 70 […] mettendo in discussione le identità ideologiche di origine ottocentesca e del Novecento […] all’insegna della trasversalità in rapporto all’intera società civile e …del rapporto con la politica e le istituzioni a partire non da una collocazione precostituita, ma dalla capacità di dare priorità alla questione ecologica, centralità alla questione ambientale...” [http://www.terranews.it/news/2009/10/siamo-al-bivio-scomparsa-o-rilancio-ecologista].
A questo punto, chi come me dalla metà degli anni ’80 ha contribuito a far nascere e diffondere localmente quel soggetto politico verde, pur essendosene allontanato da oltre un decennio, non può fare a meno di chiedersi di cosa diavolo stiamo parlando e, soprattutto, se parliamo per capirci o per confonderci ancor di più le idee… Un ottimo sistema per mistificare la realtà è presentare mezze verità, mescolando cose vere e false, per conferire ai discorsi una discutibile linearità logica. E’ senza dubbio legittimo rivendicare la proposta Verde come qualcosa di profondamente originale e, per certi versi, alternativo alla sclerotizzazione delle vecchie ideologie del secolo scorso. Altro è blaterare di “formazione post-ideologica” e di assurda “trasversalità politica”, usando la “centralità della questione ecologica” come comodo passepartout per aprire tutte le porte senza però compromettersi con nessuno.
Eppure basterebbe dare un’occhiata alla tabella che ho presentato in apertura per rendersi conto che l’identità dei Verdi – a livello globale – è all’opposto di questa visione riduzionista ed opportunista dell’ecologismo. Ne deriva che affermare pragmaticamente che, in nome dell’ecologia, si possa dialogare con qualsiasi interlocutore sia da considerarsi frutto d'ignoranzao di malafede. Lo stesso concetto scientifico di “ecologia”, infatti, è caratterizzato dall’interdipendenza fra vari fattori, per cui un “ecologismo debole” – attento solo a strizzare l’occhio alla green economy e ad altre versioni soft e trendy dell’ambientalismo - mi pare una soluzione equivoca e di fatto contraddittoria. Esorcizzare tout court il concetto stesso di “ideologia” come inutile fardello intellettuale o moralistico - come si è fatto in questi ultimi decenni – ha trasformato la politica in un’insopportabile e indigeribile miscuglio di banalità ed ambiguità, privando le persone di ogni prospettiva globale, collettiva e futura. Esorcizzare le ideologie, quindi, ha spianato pericolosamente ogni identità e diversità, impoverendo il confronto politico nel mentre ne personalizzava pericolosamente le scelte.
# 3 - La globalità dell'alternativa ecologista
Se è vero – come recita la definizione del Dizionario Italiano Ragionato (DIR) – che il termine “ideologia” indica “…il complesso sistematico di idee e principi che costituiscono il fondamento teorico di una dottrina, di un movimento culturale e politico, con un carattere normativo per quelli che vi aderiscono” , mi sembra evidente che quella Verde ne è un ottimo esempio. I suoi “valori chiave”, infatti, non sono un elenco di principi astratti e slegati tra loro, ma ipotizzano un modello di società profondamente diverso rispetto a quello cui ci siamo purtroppo assuefatti, proprio grazie alla scomparsa di ogni prospettiva realmente “alternativa”. Dare “priorità” e “centralità” alla questione ecologica, infatti, non significa estrapolarla da un contesto globale per andare a vendere il proprio “prodotto” su qualunque mercato. Vuol dire, al contrario, fare delle problematiche ambientali il cuore di una proposta complessiva, sistematica, che dia una risposta diversa alle ingiustizie, ai conflitti armati, allo sfruttamento delle risorse naturali e a quello degli esseri umani. L’alternativa dei Verdi – se le comuni dichiarazioni programmatiche hanno ancora un senso – risiede nel proporre una visione globale, in cui la tutela e promozione dell’ambiente è sì centrale e fondamentale, ma proprio perché essere ecologisti significa essere promotori di giustizia sociale, di democrazia partecipativa, di nonviolenza attiva e di uguaglianza di genere. Tutelare il valore della diversità, perseguire uno sviluppo la cui sostenibilità sia fondata sulla responsabilità dell’uomo verso le generazioni future e verso la stessa natura di cui facciamo parte, allora, non può diventare una scusa per occuparsi solo di mutamenti climatici, parchi naturali ed energie alternative, chiudendo gli occhi di fronte a ingiustizie e violenze. E questo per la semplice ragione che alla radice dello sfruttamento ambientale ci sono le stesse motivazioni, scelte e atteggiamenti su cui si fonda quello dell’uomo sull’uomo e/o di un genere sull’altro.
Tre decenni di esperienza personale come attivista per la pace, operatore sociale e militante ecologista mi hanno insegnato quello che già confusamente intuivo da sempre: non ci può essere né pace né giustizia in un mondo in cui si calpesta l’ambiente in cui si vive. Il fatto di essere anche un cristiano mi conferma in questa prospettiva, in cui la nonviolenza e la ricerca di rapporti più giusti si fonde necessariamente con la salvaguardia dell'integrità del creato. Una prospettiva in cui, viceversa, sarebbe da iprocriti preoccuparsi della sopravvivenza di specie animali e vegetali senza impegnarsi per la dignità di ogni persona umana e per l’abolizione della violenza come soluzione unica dei conflitti. Ebbene, se essere Verde significa abbracciare in un unico impegno il perseguimento di tutti i 10 principi ricordati nei documenti istitutivi richiamati sopra – ivi compreso quello per una democrazia decentrata, partecipativa e ‘dal basso’ – io continuo ad esserlo fino in fondo. Dobbiamo piuttosto interrogarci su quanto lo siano quelli che di questo aggettivo credono di possedere il copyright, e con esso il diritto di cucirsi addosso un ecologismo a loro immagine e somiglianza, con la preoccupazione di salvaguardare se stessi ed il proprio futuro in un quadro politico generale sempre più deprimente.
(c) 2009 Ermete Ferraro

E’ incredibile. Qualunque fonte giornalistica si consulti, a proposito dell’infestazione da parassiti che sta portando all’abbattimento di centinaia di palme in diverse città d’Italia, tale provvedimento viene presentato come l’unico sicuro, praticamente indispensabile, per arrestare il rischio di una diffusione ancora più massiccia della malattia. Già detta così suona un po’ strana: come se la soppressione di alcuni animali o, peggio ancora, di alcuni essere umani, fosse l’unica possibilità per arrestare un’epidemia. Se poi si fa riflessione al pesante impatto ambientale e specificamente paesaggistico causato dall’abbattimento di tanti esemplari delle esotiche
phoenix in centri urbani in cui la loro svettante presenza faceva ormai parte di una storia più o meno recente, dovrebbe apparire più chiaro che accettare passivamente l’inesorabilità di questa strage è ben strano.
Ancora di più lo è se a darsi da fare per spiegare come e qualmente gli abbattimenti restino ormai l’unica strada percorribile sono assessori verdi, esponenti di associazione ambientaliste e addirittura tecnici regionali ed esperti botanici, dai quali ci saremmo piuttosto aspettati suggerimenti per terapie e soprattutto per interventi di profilassi.
Per carità: non mi permetto di contestare tanti autorevoli interventi, non avendo i titoli per metterne in dubbio le categoriche ed allarmate dichiarazioni. Tutti quanti, infatti, sembrano molto impegnati nell’illustrazione delle caratteristiche di quell’insidioso parassita che ha colpito ormai moltissimi esemplari di palmizi, il cui nome scientifico è Ryncophorus Ferrugineus, ma è diventato noto ormai col nickname di “punteruolo rosso”. Perfino nella risposta ad alcune interrogazioni parlamentari, il Ministero dell’Agricoltura si è diffuso nella spiegazione delle cause che renderebbero, a questo punto, necessario abbattere le troppe piante giù infestate, sorvolando sulle ragioni per le quali si è fatto finora così poco per prevenire e combattere la diffusione del micidiale parassita delle palme. Esso, infatti, sarebbe giunto nelle nostre città attraverso la piantumazione in aree pubbliche e private di esemplari di palme provenienti da zone “sospette”, già segnalate come a rischio. Il ministero, interpellato nel merito, ha però dichiarato di non disporre di nessuno strumento giuridico per impedire l’importazione di queste piante che potremmo definire “extracomunitarie”, aggiungendo perfino che, se anche si dovesse decidere in tal senso, l’importazione di palme “clandestine” proseguirebbe ugualmente, indisturbata, grazie a “triangolazioni” commerciali.
“Opperbàcco!” – avrebbe esclamato a questo punto il buon Totò. Ma come? Il nostro governo, così tanto impegnato nel portare avanti la sua linea dura di “respingimenti” di immigrati clandestini senza neppure accertarne l’eventuale titolo di ‘profughi’ con diritto di asilo, si dichiara invece impotente ad impedire l’arrivo in Italia di esemplari “clandestini” di palme a rischio d’infestazione da “punteruolo rosso”?...
Da noi a Napoli – in base ad una delibera a firma dell’assessore comunale all’Ambiente, il verde Rino Nasti – è già stato deciso di procedere all’abbattimenti di ben 80 palme, che costituiscono lo storico scenario arboreo di due importanti corsi cittadini, entrambi sottoposti peraltro a vincoli storico-ambientali: viale Gramsci e viale Augusto. Pare invece che gli esperti stiano tentando un intervento fitosanitario d’emergenza per salvare i 121 esemplari di “Phoenix” presenti nella Villa Comunale, utilizzando potenti antiparassitari, fra cui l’Amabectina.
Il fatto è che questa precisazione continua a crearmi confusione nella mente: se un trattamento del genere non solo è possibile, ma addirittura è già stato positivamente sperimentato altrove (vedi Roma), perché diavolo un assessore “verde”, con contorno e conforto di tecnici regionali, sta condannando a morte ben ottanta esemplari dei suddetti viali napoletani?
Dice: ormai “i coleotteri si sono moltiplicati a tempo di record e non c’è più speranza di recuperare le piante”. Bella risposta. A patto che qualcuno ci spieghi perché diavolo non si è fatto finora quasi nulla per prevenire la diffusione del dannato Ryncophorus Ferrugineus, visto che il problema è evidente ormai da oltre un anno, come ben sanno i residenti di Viale Augusto e dell’altro storico viale. E’ da un sacco di mesi, infatti, che molte palme di queste strade - capitozzate e, private della caratteristica chioma di foglie palmate - erano state…piantate lì, talvolta incappucciate, a suggerire ai passanti lontani ricordi di falloforie rituali.
Che cosa mai si aspettava per correre ai ripari contro questo pericoloso e diffusivo…mal di palma?
Non sono né un botanico né tantomeno un fito-terapeuta, ma non posso fare a meno di ricordare un’esperienza personale, risale a ben 22 anni fa, che mi pare piuttosto istruttiva. Fresco eletto come primo consigliere dei Verdi alla Circoscrizione Vomero, già nei primi mesi della consiliatura 1987-88 mi capitò d’imbattermi in una questione piuttosto spinosa, per affrontare la quale dovetti ovviamente informarmi e documentarmi opportunamente.
Allora si trattava dell’infestazione da un parassita di cui mi ricordo perfino il nome scientifico (“Corythuca ciliata”), che aveva colpito parecchi dei molti platani - alcuni dei quali davvero antichi - che costituiscono la nota caratteristica delle principali strade vomeresi,. Nel consiglio di quartiere sedeva allora un consigliere estremamente titolato in materia, trattandosi di un noto agronomo, secondo il quale l’unica soluzione possibile sarebbe stata quella più radicale: abbattere tutte le piante della stessa specie, sostituendole poi con esemplari di altra essenza (mi sembra di ricordare che si trattasse del tiglio). Inutile dire che, ovviamente, si sarebbe dovuto provvedere ad acquistarle e metterle a dimora ancora piuttosto piccole, dopo aver speso un’altra barca di soldi per abbattere e sradicare platani che arrivavano mediamente a dieci-dodici metri di altezza.
Ebbene, se in quella circostanza un petulante neo-consigliere ambientalista non avesse messo il dubbio quella autorevole sentenza, sollecitando la convocazione di sopralluoghi tecnici, conferenze di esperti e sollevando pubblicamente il problema, oggi i miei concittadini del Vomero, a distanza di oltre vent’anni, non avrebbero più potuto passeggiare all’ombra di quei frondosi e robusti platani, ma si sarebbero forse trovati a percorrere una striminzita parodia delle parigine Tuileries…..
Insomma: incuria, approssimazione e sospetta insistenza a percorrere la strada degli abbattimenti, rappresentano ormai una costante in una città come Napoli, dove ogni albero è prezioso ma dove, assurdamente, sembra proprio che si continui a far di tutto per cancellarne, in un modo o nell’altro, la sgradita presenza...
Un’altra pianta che è stata ormai sradicata dalla nostra città è quella della democrazia decentrata. Se 22 anni fa è stato possibile che un singolo consigliere circoscrizionale potesse bloccare la strage dei platani vomeresi, è tristemente evidente che oggi gli organismi decentrati (le Municipalità cittadine) al di là delle pompose chiacchiere, non contano più un fico secco, per cui non ci si degna neppure più di richiederne il parere e di seguire l’iter della consultazione decentrata. Basti pensare che in questi ultimi mesi c’è stato qualcuno che ha pensato di replicare, dopo 19 anni, il tentato scempio degli ex-giardinetti di via Ruoppolo, progettando di costruire dei parcheggi sotto l’attuale “Parco Mascagna”, difeso grazie alle lotte dei cittadini e delle associazioni ambientaliste.
Dalla Municipalità competente non è partito nessun grido di allarme, per cui è toccato al presidente di un’altra municipalità – memore della precedente mobilitazione - far partire un’interrogazione in merito, che parrebbe aver bloccato la procedura già avviata.
Il guaio è che la lotta ai parassiti non riguarda solo platani e palme, ma andrebbe estesa ad un certo sottobosco politico-amministrativo locale, sul cui eventuale abbattimento, comunque, non piangerebbe proprio nessuno…
di Ermete Ferraro
Questo titolo – a pagina 18 del numero del 2 marzo ’09 della rivista TIME - ha subito attirato il mio sguardo. Si sa: l’inglese è una lingua un po’ strana e, fra l’altro, l’uso delle maiuscole nei titoli può ingenerare equivoci. Ecco perché sono rimasto perplesso di fronte a quell’articolo di Bryan Walsh, prima di arrivare a capire che non era un non tanto velato invito all’antropofagia politica.
Infatti non di “mangiarci i Verdi” si tratta, ma piuttosto di “mangiarci le verdure”, com’è peraltro puntualizzato nell’occhiello, in cui si chiarisce: “Preparare i piatti con una ridotta impronta carbonica fa bene al clima ed al vostro giro-vita”. In basso, ad intestazione di una tabella in cui si mettono a confronto vari tipi di alimenti, il loro valore calorico-lipidico e la loro ‘impronta carbonica’, si precisa inoltre: “I cibi a basso costo carbonico tendono ad essere anche più sani”.
Meno male! Per un momento ho creduto che dalle colonne del TIME si istigasse all’eliminazione ‘fisica’ degli ambientalisti, rei di mettere in discussione l’inarrestabile corsa del progresso illimitato, dello sviluppo a tutti i costi, della tecnologia che provoca sì un sacco di guai, ma è sempre pronta a porvi riparo…
D’altra parte, non si può dire che siano stati gli ambientalisti, e i Verdi in particolare, ad inceppare questo trionfalistico processo, schiacciati come sono, un po’ dappertutto, tra le accattivanti dichiarazioni di principio e le ingombranti compatibilità di una politica talmente pragmatica e
Va dato invece atto a questo sistema economico e di potere che, privo di una reale ed efficace opposizione, è riuscito a fare tutto da solo, procurandosi rapidamente traumi storici che ne mettono in discussione la sopravvivenza, ma i cui costi stanno comunque riversandosi su tutti noi. Travolti in pochi mesi dalla crisi finanziaria internazionale, dall’instabilità politico-strategica e da preoccupanti turbolenze climatiche, infatti, stiamo ancora leccandoci le ferite, chiedendoci cosa diavolo ci stia capitando ed arrivando in alcuni casi a consultare i libri sacri per verificare se non si tratti di foschi segni premonitori della fine del mondo.
“It’s the market, my darling!” – si sentono rispondere e, anche qua, chi non abbia dimestichezza con l’inglese potrebbe confondere il Mercato con la emme maiuscola con quello cui è più avvezzo e dove è costretto a registrare le preoccupanti fluttuazioni del prezzo dei cavoli…
Insomma, state pure tranquilli: nessuno vuole darvi i Verdi in pasto, anche perché sono stati bravissimi a distruggersi da soli, uscendo ingloriosamente dalle scene della politica nostrana, con la sola evidente preoccupazione di come riciclare i “verdoni” andati fuori corso…
Eppure è buffo: quanto più si parla di ambiente e di ecologia tanto più gli ambientalisti vanno stingendosi e restringendosi! Ormai c’è in giro una tale confusione che qualcuno tenta di spacciare perfino il nucleare come energia alternativa e rinnovabile! Il fatto è che, dopo tanti summit mondiali sul riscaldamento globale e le sue cause, i risultati concreti sono talmente miseri e contraddittori che si comprende come autorevoli periodici come il TIME preferiscano glissare sulle persistenti macro-emissioni delle industrie e dell’assurdo sistema di trasporto delle nostre società occidentali, occupandosi piuttosto della pur importante differenza di ‘impronta carbonica’ tra chi mangia bistecche e chi consuma cereali ed ortaggi...
Eppure, forse non sarebbe male se prendessimo in esame la ‘carbon footprint’ anche dei nostri governanti ed industriali, certamente superiore a quella rilasciata da qualche salsiccia alla brace o da un po’ di formaggio stagionato. Non sarebbe male, credo, fare un onesto confronto tra le calorie fornite agli Italiani dai nostri amministratori attuali ed il rilascio di scorie tossiche prodotto dalle loro gestioni, per non parlare poi dei grassi depositati incidentalmente sui loro conti in banca, consumando l’arrosto delle risorse e lasciandone a noi cittadini solo il fumo e la puzza di bruciato.
E allora sì: mangiamo più verdura e cereali ma non fermiamoci qua, se non vogliamo che l’impronta carbonica di questo assurdo ed energivoro modello di sviluppo ci schiacci ancora. Mangiare più carote, altrimenti, potrà solo farci vedere più chiaramente quanto ci siamo sbagliati a dare credito e fiducia a questo tipo di ‘progresso’ e a questa classe…digerente.